Omicidio Antonio Giglio, rinviata l’udienza sugli orchi del Parco Verde di Caivano: manca Titò

Il gup di Napoli Luana Romano ha rinviato al 16 marzo l’udienza al temine della quale si dovrà pronunciare sul rinvio a giudizio per Marianna Fabozzi e Raimondo Caputo accusati, a vario titolo, della morte di Antonio Giglio, il bimbo di 4 anni, figlio della donna, precipitato il 28 aprile 2013 da una finestra, nel Parco Verde di Caivano. Una decisione presa a causa della mancata traduzione di Caputo davanti alle telecamere del sistema di videoconferenza che gli avrebbero consentito di presenziare dal carcere dov’è detenuto.

Presente invece, sempre in videoconferenza, l’altra imputata. Si tratta del secondo rinvio consecutivo: lo scorso 11 ottobre fu indisponibile l’avvocato di Marianna Fabozzi. Raimondo Caputo, accusato di favoreggiamento personale, e la Fabozzi, accusata di omicidio, sono difesi, rispettivamente, dagli avvocati Paolino Bonavita e Ferdinando Di Mezza.

Lo scorso 5 giugno il gip Pietro Carola ha disposto per entrambi l’imputazione coatta. Caputo e Fabozzi sono stati già condannati per l’omicidio di Fortuna Loffredo, la bimba gettata giù dallo stesso palazzo, circa un anno dopo la morte di Antonio. Gennaro Giglio, padre del bambino, difeso dagli avvocati Sergio e Angelo Pisani, ha più volte accusato la ex moglie della morte di Antonio.

Secondo quanto riferito dalla madre, il bimbo quel giorno sarebbe precipitato dopo essersi sporto troppo dalla finestra nel tentativo di guardare un elicottero dei Carabinieri in volo. Il 24 giugno 2014, Fortuna Loffredo, che tutti chiamavano Chicca, venne gettata giù dallo stesso palazzo. Ad accusare e far condannare Caputo per la morte di Fortuna fu la sorella maggiore di Antonio, amica del cuore di Fortuna. A riferire che Antonio Giglio non morì accidentalmente, invece, fu la sorella di Caputo la quale riferì di avere visto, riflessa in uno specchio, la Fabozzi compiere l’insano gesto.

Pure Raimondo Caputo ha più volte accusato la compagna della morte del piccolo. Presente, davanti all’aula del palazzo di giustizia di Napoli dove si é tenuta l’udienza camerale, anche Pietro Loffredo, il papà di Chicca, il quale da tempo sostiene che a uccidere la figlia non è stato Caputo.