Sventato l’omicidio di mafia, era tutto pronto: “Lo scanniamo come un vitello”.  I carabinieri di Palermo evitano un’esecuzione pianificata dal clan di Bagheria ai danni di un uomo che sfidava i vertici mafiosi”. Nel corso dell’operazione Persefone fermavano 8 indagati: accusati a vario titolo di associazione mafiosa e finalizzata al traffico di stupefacenti, estorsione e lesioni aggravate.

Le indagini avrebbero accertato il passaggio del comando della famiglia di Bagheria da Onofrio Catalano, detto “Gino”, a Massimiliano Ficano, ritenuto più autorevole, e che aveva l’appoggio e il forte legame con il capomafia ergastolano Onofrio Morreale. L’investitura sarebbe avvenuta con il placet dell’allora capo mandamento Francesco Colletti, arrestato nell’operazione Cupola 2.0 e ora collaboratore di giustizia. Ficano, che si vantava della sua tradizione familiare, aveva scontato una condanna definitiva per associazione mafiosa e, approfittando del vuoto di potere, aveva preso il comando anche con metodi violenti.

NOMI ARRESTATI

Insieme a Massimiliano Ficano, ritenuto dagli investigatori il nuovo boss di Bagheria, fermati oggi anche i suoi fedelissimi. Si tratta di Gino Catalano, Bartolomeo Scaduto, Giuseppe Cannata, Salvatore D’Acquisto, Giuseppe Sanzone e Carmelo Fricano. Il boss si vantava di essere stato iniziato nell’organizzazione dai mafiosi vicini a Bernardo Provenzano. Gli stessi che in passato si sarebbero occupati della latitanza del padrino corleonese.

“Lo scanniamo come un vitello”

L’autorità del boss di Bagheria Ficano sarebbe stata messa in discussione da Fabio Tripoli, secondo le indagini dei carabinieri. Tripoli, apparentemente estraneo al contesto mafioso, ubriaco e spesso intemperante, si era permesso di sfidare pubblicamente il capo mafia. La reazione contro l’affronto non era tardata, infatti, Ficano avrebbe incaricato alcuni affiliati di picchiare Tripoli.

“Lo portiamo in campagna e lo scanniamo come un vitello. Perché ora così deve andare, le bontà non pagano, chi sbaglia paga”, diceva Ficano nelle intercettazioni. Su ordine del boss, il 19 agosto, in 6 lo avrebbero picchiato provocandogli un trauma cranico e la frattura della mano. Secondo i pm alla spedizione punitiva avrebbe preso parte Bartolomeo Scaduto e Ivan Salerno, mentre a fare da palo sarebbero stati Giuseppe e Nicolò Cannata, Emanuel D’Apolito.

Nonostante il pestaggio Tripodi aveva calato la testa. L’affronto doveva essere pagato: l’uomo doveva essere ucciso. Le parole di uno degli indagati emerse dalle intercettazioni acceleravano il blitz. “Lo prendiamo, o lo lasciamo la, o lo prendiamo e lo buttiamo in un cassonetto di immondizia; ci dobbiamo organizzare questa volta bene, che dobbiamo fare le cose perfette”, diceva Scaduto. Inoltre per cercare di costruirsi un alibi, dopo aver dato l’ordine di uccidere il “ribelle”, il boss si era allontanato da Bagheria, anche per prepararsi alla fuga visto il pericolo di essere arrestato.

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