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venerdì, Gennaio 21, 2022
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Allaccia un cappio alle sbarre, detenuto 41enne si impicca in carcere


Un detenuto italiano di 41 anni è stato trovato senza vita questa mattina nel carcere San Donato di Pescara. A scoprirlo sono stati gli agenti della Polizia Penitenziaria che hanno immediatamente allertato i sanitari del 118, a nulla sono valse però le manovre di rianimazione. L’uomo si sarebbe impiccato.

“Il sistema carcerario è un far west – dichiara il segretario generale del Sindacato di Polizia Penitenziaria (Spp), Aldo Di Giacomo – In due anni abbiamo registrato il 700% in più di eventi critici, intendendo con questo episodi come risse tra detenuti o detenuti che picchiano poliziotti. Siamo arrivati al punto che in alcune regioni un suicidio in carcere non fa più notizia. Gli agenti di Polizia penitenziaria sono tra le vittime di un sistema giustizia che, a mio parere, non funziona”. Quanto al carcere di Pescara, in particolare, Di Giacomo osserva che i detenuti sono il 30% in più rispetto alla capienza della struttura.

Il segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe) Donato Capece, commentando il suicidio di un detenuto nel San Donato di Pescara, in una nota evidenzia che i problemi nelle case circondariali permangono.

“Questo nuovo drammatico suicidio evidenzia come i problemi sociali e umani permangono, eccome! ”Il suicidio è la causa più comune di morte in carcere. l’uomo si è suicidato ieri sera . Nemmeno i compagni di cella si sono accorti della tragica scelta, posta in essere impiccandosi alle sbarre della finestra. L’uomo aveva avuto altre detenzioni, sempre legate allo spaccio di droga.negli ultimi vent’anni  donne e uomini della polizia penitenziaria hanno sventato, nelle carceri del paese, più di 18mila suicidi e impedito che quasi 133mila atti di autolesionismo potessero avere nefaste conseguenze. Ma la situazione resta allarmante. Da tempo il sappe denuncia, inascoltato, che la sicurezza interna è stata annientata da provvedimenti scellerati come la vigilanza dinamica e il regime aperto, l’aver tolto le sentinelle della polizia penitenziaria di sorveglianza dalle mura di cinta, la mancanza di personale, il mancato finanziamento per servizi anti intrusione e anti scavalcamento. Lasciare le celle aperte più di 8 ore al giorno senza far fare nulla ai detenuti è controproducente perché lascia i detenuti nell’apatia: non riconoscerlo è essere demagoghi e ipocriti. la realtà  è che sono state smantellate le politiche di sicurezza delle carceri preferendo una vigilanza dinamica e il regime penitenziario aperto, con detenuti di 25 anni che incomprensibilmente continuano a stare ristretti in carceri minorili. si comprenderà perché da tempo il sappe dice che nelle carceri c’è ancora tanto da fare: ma senza abbassare l’asticella della sicurezza e della vigilanza, senza le quali ogni attività trattamentale è fine a se stessa e non organica a realizzare un percorso di vera rieducazione del reo”.

 

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