Boss di Secondigliano condannati, pronti a uscire dal carcere gli ‘eredi’

Le recenti condanne al carcere a vita di Antonio Mennetta e Fabio Magnetti per l’omicidio di Antonello Faiello, affiliato al clan Di Lauro ammazzato nel 2012, non scompaginano più di tanto la struttura della Vanella Grassi da sempre imperniata su una gestione familiare degli affari. La Vanella Grassi infatti potrà contare tra qualche mese su due tra i fondatori del gruppo che dal centro storico di Secondigliano è riuscito a vincere la terza faida e ritagliarsi un posto di primo piano nella geografia criminale di Napoli e provincia. Fanno parte della fazione dei Magnetti-Petriccione ossia del ceppo familiare che ha fondato il gruppo che da braccio armato dei Di Lauro (nel corso della prima faida) è poi riuscito a scacciare da Secondigliano gli scissionisti e vincere la guerra contro gli Abete-Abbinante di Scampia mettendo piede nel quartiere creandosi una propria piazza nel Lotto G. Il ritorno a Secondigliano di questi due ‘nomi’ potrebbe avere un impatto determinante anche nei rapporti con la fazione che al momento detiene le redini del gruppo, ossia quella stanziata a San Pietro a Patierno, al momento quella che detiene la gestione economica devoluta dai vertici di Secondigliano (e in particolare dalle donne del clan) agli eredi di Carmine Grimaldi ‘Bombolone’.

Resta da capire come verranno definiti i rapporti con il ras ex Licciardi che da tempo ha stabilito rapporti proficui proprio con quelli di San Pietro. Si tratta di un 50enne con un passato nella Masseria Cardone anch’egli da poco scarcerato che avrebbe siglato un accordo, un patto d’acciaio con la ‘Nuova Vanella Grassi’ , diviso in tre rami ma di fatto subordinati a ciò che viene ormai da tempo deciso tra il Perrone e San Pietro a Patierno (di dove sono originari i tre nipoti di Grimaldi). Una vicinanza che, secondo le forze dell’ordine, risale a quando ‘Bombolone’ fu ucciso perché non era passato dalla parte dei Sacco-Bocchetti. «Lui era il referente a San Pietro a Paterno per i Licciardi nello spaccio di droga. Almeno, era questo che si diceva tra noi», questo quanto dichiarò qualche anno fa il collaboratore di giustizia Giovanni Piana.