A distanza di tempo dalla tragedia che ha sconvolto i Quartieri Spagnoli, nel cuore di Napoli, i genitori del bambino ritenuto responsabile della morte di Chiara Jaconis hanno presentato la loro versione dei fatti.
Durante un interrogatorio durato tre ore davanti ai pm Raffaele Barela e Ciro Capasso, i due professionisti hanno respinto ogni addebito. La loro linea difensiva è una sintesi netta: «Non abbiamo mai perso di vista i nostri figli – è la sintesi – erano lì davanti a noi, nessuno ha mai abbandonato il salotto».
Chiara Jaconis morta a Napoli, i genitori dell’indagato: “Mai perso di vista, quelle statuine non nostre”
Secondo quanto riportato da Il Mattino, i coniugi sostengono di conservare una «memoria cristallina» di quel pomeriggio del 15 settembre 2024. Hanno spiegato di aver passato le ore post-pranzo a guardare la televisione in famiglia, con il balcone chiuso e l’aria condizionata accesa. Un dettaglio logistico diventa fondamentale: una poltrona era posta proprio dinanzi alla finestra, rendendo, secondo loro, non «immaginabile che uno dei due figli si sia affacciato al balcone, dopo aver superato la poltrona che ostacolava l’accesso alle finestre serrate».
Al centro dell’inchiesta ci sono due oggetti caduti nel vuoto: un volto antropomorfo e una riproduzione della Dea Nefertiti. Nonostante la presenza di arredi etnici in casa, i genitori hanno negato qualsiasi legame con i reperti sequestrati: «Non c’è prova che quei due oggetti siano stati acquistati o posseduti dai coniugi indagati», i quali hanno ribadito con forza di «non riconoscere quelle statuine». Per la difesa si tratta di «indizi, nulla più», che non provano la responsabilità della famiglia.
Il “colpo a sorpresa” della difesa
La difesa ha calato quello che viene definito un «colpo a sorpresa»: una perizia balistica di parte. L’obiettivo è dimostrare «l’impossibilità che un oggetto lanciato (o lasciato cadere) dal proprio balcone, possa essere rimbalzato (scheggiandosi) al piano inferiore, per poi colpire e uccidere una passante che percorreva la strada in basso». Questa analisi tecnica punta a smontare la ricostruzione degli inquirenti sulla traiettoria degli oggetti «killer», spostando la ricerca della responsabilità fuori da quell’abitazione.
L’inchiesta, definita dai magistrati un’«istruttoria complessa», deve ora valutare queste conclusioni difensive a fronte degli elementi raccolti, inclusi alcuni messaggi Whatsapp che attesterebbero timori della madre per episodi passati. Mentre i legali della coppia sostengono che «la responsabilità della morte di Chiara va ricercata altrove. Non è in quella casa. Non nella loro famiglia», la Procura valuta se disporre nuove verifiche tecniche da inserire nel fascicolo.
