È riuscito ancora una volta a far perdere le proprie tracce Taulant Toma, 41 anni, detenuto albanese considerato tra i più abili evasori d’Europa. All’alba di domenica 7 dicembre ha abbandonato il carcere di massima sicurezza di Milano Opera con una fuga studiata nei minimi dettagli, tanto rudimentale negli strumenti quanto sofisticata nella pianificazione.
Condannato per una lunga serie di reati – tra cui rapine, traffico di droga, detenzione di armi e furti – stava scontando una pena con scadenza fissata al 2048. Proprio per il suo passato da fuggitivo seriale era sottoposto a un regime di sorveglianza rafforzata, ma neppure questo è bastato a fermarlo. Dal 2023 si trovava recluso nel primo reparto dell’istituto milanese, al terzo piano, dopo il trasferimento dal carcere di Sassari.
Un’evasione costruita con pazienza
Gli investigatori hanno ricostruito una fuga costruita giorno dopo giorno. Toma avrebbe procurato una lima nell’area destinata al lavoro dei detenuti e, con estrema calma, avrebbe indebolito le sbarre della finestra della cella. Secondo fonti investigative, si sarebbe persino sottoposto a una dieta per ridurre il peso corporeo e poter passare più agevolmente attraverso lo spazio creato.
Una volta aperto il varco, il detenuto si sarebbe calato lungo la facciata con una fune artigianale realizzata intrecciando lenzuola accumulate nel tempo. Il momento scelto non sarebbe stato casuale: l’oscurità delle prime ore del mattino e il cambio turno degli agenti avrebbero creato una finestra temporale favorevole.
Il passaggio finale è stato il più spettacolare. Con manici di scopa legati tra loro e rinforzati con nastro adesivo, Toma avrebbe realizzato una sorta di lunga asta munita di gancio, utilizzata per superare il muro perimetrale del carcere. Le immagini acquisite dagli inquirenti mostrano chiaramente le sbarre segate e gli attrezzi artigianali abbandonati sul posto, confermando una preparazione accurata. In origine, secondo quanto trapela, anche il compagno di cella avrebbe dovuto partecipare alla fuga, ma all’ultimo istante avrebbe rinunciato.
Le falle nella vigilanza e l’ombra di un aiuto esterno
L’evasione è riuscita senza che scattasse immediatamente l’allarme, sollevando interrogativi pesanti sulla tenuta del sistema di sicurezza. Gli investigatori ipotizzano una combinazione di fattori: punti ciechi nella sorveglianza, riduzione del controllo durante il cambio turno e, forse, un appoggio esterno pronto ad assisterlo subito dopo l’uscita.
L’ipotesi è che, una volta superate le mura, Toma abbia trovato ad attenderlo un mezzo per allontanarsi rapidamente, insieme a indumenti puliti e documenti falsi. In pochi minuti potrebbe aver lasciato l’area di Opera, puntando verso l’hinterland milanese e poi verso altre direttrici.
Nel frattempo è stato attivato un vasto dispositivo di ricerca: controlli a tappeto su strade, stazioni ferroviarie, aeroporti e caselli autostradali, mentre le forze dell’ordine stanno analizzando centinaia di filmati delle telecamere pubbliche e private per ricostruire i suoi spostamenti immediatamente successivi alla fuga.
Una lunga storia di evasioni
Quella di Milano Opera è solo l’ultima impresa di un percorso costellato di fughe clamorose. Nel 2009 riuscì a evadere dal carcere di Terni, per poi essere catturato e ricondotto in cella. Nel febbraio 2013 scappò dal penitenziario di Parma insieme a un connazionale. Quest’ultimo perse la vita poco tempo dopo durante una rapina finita in tragedia.
Dopo settimane di ricerche, Toma venne rintracciato in Belgio, dove fu arrestato in attesa di estradizione. Ma anche lì riuscì a fuggire: con l’aiuto di altri detenuti che si disposero a “piramide” e sfruttando un’esplosione come diversivo, riuscì ancora una volta a dileguarsi. La cattura arrivò solo nel 2015. Da allora ogni suo trasferimento è sempre stato considerato ad altissimo rischio.
Timore di una nuova latitanza internazionale
Ora Toma è ricercato su tutto il territorio nazionale con un livello di allerta elevato. Le autorità temono che possa cercare rapidamente una via d’uscita dall’Italia per ricollegarsi a contatti criminali già collaudati all’estero. Il pericolo maggiore è che possa tornare a operare all’interno di reti dedite a rapine, traffico di stupefacenti e altri reati di elevata pericolosità.
Le ricerche coinvolgono anche Europol e diverse polizie europee, proprio alla luce della sua storia fatta di spostamenti continui e appoggi internazionali.
Intanto, mentre la caccia all’uomo prosegue, si apre il capitolo delle responsabilità. Come sia stato possibile che un detenuto classificato come estremamente pericoloso sia riuscito ancora una volta a evadere è una domanda destinata ad arrivare fino ai vertici dell’amministrazione penitenziaria e del Ministero della Giustizia. Tra carenze di personale, infrastrutture datate e sistemi di controllo non sempre infallibili, il caso Toma riaccende il dibattito sulle condizioni di sicurezza delle carceri italiane.
Fuori dalle mura di Opera, però, resta una sola priorità: rintracciare al più presto l’uomo che ha trasformato l’evasione in un vero e proprio marchio di fabbrica.

