C’è il fronte del sì, quello del no e anche quello del forse. La proposta di un lockdown totale lanciata dal consigliere dell’ancora ministro Roberto Speranza, Walter Ricciardi, ha scatenato un fiume di reazioni. Non solo quelle politiche – così accese da far dire allo stesso Ricciardi: “Se posso essere utile al Paese con i miei consigli lo faccio, altrimenti mi faccio da parte”, ma pure quelle degli esperti, di nuovo divisi tra l’urgenza di chiusure generalizzate e immediate e la necessità invece di rafforzare le misure in campo oggi e di rivedere, in senso restrittivo, i parametri per il declassamento delle Regioni nelle zone rosse o arancioni.

E intanto arriva una nuova durissima richiesta dell’Iss: considerata la circolazione nelle diverse aree del paese “si raccomanda di intervenire al fine di contenere e rallentare la diffusione della variante VOC 202012/0 (la variante inglese, ndr), rafforzando o innalzando le misure in tutto il paese e modulandole ulteriormente laddove più elevata è la circolazione, inibendo in ogni caso ulteriori rilasci delle attuali misure in atto”. L’Istituto superiore di sanità indica questa strada nello studio di prevalenza della variante inglese in Italia relativo alla indagine svolta lo scorso 4-5 febbraio.

Non solo. Perché anche l’Europa è preoccupata: l’Ecdc ha aggiornato il livello di rischio attualmente valutato “alto-molto alto”. E la direttrice Andrea Ammon scrive in una nota:  “A meno che le misure non farmaceutiche non vengano continuate o addirittura rafforzate, nei prossimi mesi dovrebbe essere previsto un aumento significativo dei casi e dei decessi correlati al Covid-19”.

Intanto in Italia sulla linea Ricciardi – “un lockdown breve e mirato, di 2, 3 o 4 settimane”, ossia il tempo necessario a riportare l’incidenza di Covid-19 al di sotto dei 50 casi per 100mila abitanti – s’è schierato subito il virologo Andrea Crisanti, “l’uomo dei tamponi del Veneto”, come veniva chiamato per la sua insistenza sull’importanza e l’efficacia del sistema di tracciamento: piuttosto che pensare a sciare e mangiare fuori – è la sintesi del suo pensiero – anche in Italia dovremmo decidere un lockdown come è stato un anno fa a Codogno, ormai le zone , giudicate “troppo morbide”, non bastano più. Anzi, “il lockdown andava fatto già a dicembre, ora – spiega – è fondamentale una chiusura dura per evitare che la variante inglese diventi prevalente e abbia effetti devastanti. D’altronde così è in Germania, Francia e Inghilterra”.

Sono proprio le nuove varianti a far convergere sulla tesi di Ricciardi pure Massimo Galli, direttore di Malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano: “Le nuove varianti portano sicuramente più infezioni e più problemi – sottolinea – E purtroppo la conclusione non può che essere la soluzione paventata dal professor Ricciardi. Il sistema della divisione dell’Italia a colori – aggiunge Galli- non sta funzionando. E la prova è nei fatti”.

Possibilista anche Claudio Mastroianni, direttore del Dipartimento di Malattie infettive del Policlinico Umberto I di Roma: “Non voglio entrare nella polemica – dice – ma siamo in una situazione preoccupante. Ora più che mai serve la massima attenzione e bisogna stare molto accorti e valutare misure più stringenti e anche l’idea di un lockdown. Siamo di fronte a una settimana decisiva”.

Di lockdown generale non vuole sentir parlare invece Francesco Vaia, direttore sanitario dello Spallanzani di Roma, l’ospedale italiano in cui ormai un anno fa venne sequenziato per la prima volta il coronavirus: “Un lockdown totale secondo me non serve – spiega – ma bastano lockdown chirurgici laddove se ne verifichi la necessità. Non si tratta, dunque, di aggravare le misure, ma applicare con severità quelle che abbiamo: non ci fate vedere più assembramenti – è il suo appello – così riguadagneremo in futuro spazi di libertà”.

I dati dei contagi da Covid sono sostanzialmente stabili da giorni ma in Lombardia e in Italia si sta diffondendo la variante inglese che preoccupa gli esperti. Se infatti la situazione epidemiologica in questo momento non sta registrando un’impennata di contagi e di ricoveri c’è il timore che il virus (come successo nelle prime 2 ondate) circoli sottotraccia e possa manifestare i suoi effetti fra 2 o 3 settimane. Per questo c’è chi dallIstituto superiore di sanità chiede un lockdown totale per bloccare sul nascere la diffusione delle varianti.

Gli scenari

Continuare con una strategia a zone (gialle, arancioni e rossse) andando a intervenire con misure restrittive laddove si rilevino dei focolai o chiudere tutto subito per bloccare sul nascere la diffusione delle varianti, di quella inglese in particolare. Si giocherà su queste due strategie il braccio di ferro fra i due fronti. Il primo mira infatti a non infliggere un’ulteriore penalizzazione alle attività economiche già duramente colpite dalla crisi generata dalla pandemia. Il secondo valuta invece che sia più importante bloccare la diffusione delle varianti e accelerare sulla vaccinazione in modo da immunizzare il maggior numero di persone. Un po’ come quello che hanno deciso di fare nazioni come Israele e l’Inghilterra.

Lockdown nazionale? I pro e i contro

Non ha dubbi Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute Roberto Speranza, che avverte: “Tutte le varianti sono temibili e non vanno sottovalutate ma quella inglese, la più diffusa in Italia, è risultata essere anche lievemente più letale”. La cosiddetta variante Gb, ha spiegato Ricciardi, che è anche direttore del Dipartimento di Scienze della Salute della Donna, del Bambino e di Sanità Pubblica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, “sta facendo oltre mille morti al giorno in Gran Bretagna. A fronte di questa situazione di pericolo alcuni Paesi hanno già optato per la chiusura drastica. L’Italia è in ritardo, e penso avremmo dovuto prendere misure di chiusura già 2 o 3 settimane fa”. Per questo, l’unica soluzione per fermare la pandemia è, secondo Ricciardi, adottare un lockdown totale ma limitato nel tempo, che preveda pure la chiusura delle scuole ed escludendo solo le attività essenziali.  Dello stesso parere il professor Andrea Crisanti, ordinario di microbiologia all’Università di Padova:  “La variante inglese è già nel 20% dei casi in Italia.  Il vero problema è che manca un piano nazionale di sorveglianza delle varianti. Se una variante emerge in qualche posto c’è solo una cosa da fare: non la zona rossa come quella di ora ma una zona rossa come era quella di Codogno. Per impedire che si diffonda non ci sono alternative”. Segue questa linea anche il direttore di Malattie infettive presso l’ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli: “Le nuove varianti portano sicuramente più infezioni e più problemi. E purtroppo la conclusione non puo’ che essere la soluzione paventata dal prof. Ricciardi. Mi preoccupano molto le nuove varianti sono gia’ arrivate in Italia e hanno una capacita’ di diffusione maggiore della variante principale che imperversava fino adesso nel nostro Paese”.

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