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lunedì, Maggio 16, 2022
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«Li uccido tutti e dieci», la rabbia contro i Di Lauro dopo la mattanza di Melito


In tanti accorsero all’esterno della tabaccheria di Melito dove nel novembre del 2004 furono uccisi Domenico Riccio e Salvatore Gagliardi. Le indagini partirono proprio dalle urla all’esterno del locale dove vi era stata la mattanza, gli investigatori infatti capirono che i killer venivano da Secondigliano. Il particolare è contenuto nelle 108 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare che un mese e mezzo fa ha portato in carcere Ciro Di LauroSalvatore PetriccioneGiovanni Cortese e Ciro Barretta. Una donna, familiare di Riccio, urlò alla vista del cadavere:«Gli devono uccidere tutti e dieci i figli. Quelli dell’Arco che vanno in giro con le Cbr». Chiaro riferimento ai dieci figli del boss Paolo Di Lauro e alla roccaforte del clan, via Cupa dell’Arco. Indagini poi rafforzate dalle dichiarazioni di numerosi pentiti che hanno descritto i momenti precedenti all’agguato e la composizione del commando incaricato di uccidere Riccio, soggetto indicato come vicino agli Abbinante, tra i primi ad aderire alla Scissione nel 2004.

L’articolo precedente: i verbali dei pentiti Tamburrino e Guarino sul duplice omicidio di Melito

C’è una sfilza di collaboratori di giustizia che ha fatto luce sul duplice omicidio di Domenico Riccio e dell’innocente Salvatore Gagliardi, avvenuto a Melito nel novembre del 2001 nella prima fase della faida di Scampia quando i Di Lauro erano nel pieno del loro ‘repulisti’ di tutti coloro che avevano aderito alla Scissione. Per quel duplice delitto sono stati arrestati qualche mese fa Ciro Di LauroGiovanni CorteseSalvatore Petriccione e Ciro Barretta. Tra i verbali più significativi quelli del collaboratore di giustizia Salvatore Tamburrino che nel novembre 2019 chiarisce:«Una sera ci trovammo nella casa del Terzo Mondo di Cosimo io, Giovanni Cortese, Marco e Ciro Di Lauro, Ugo De Lucia, Antonio Mennetta e Salvatore Petriccione o marenar, zio del Mennetta. Cortese fece il nome di Domenico Riccio come persona legata agli Abbinante, nel senso che gestiva i soldi di quelli del Monterosa. Cosimo disse che si doveva commettere questo omicidio era infatti un periodo in cui i fratelli Di Lauro volevano uccidere tutti quelli legati agli scissionisti e fu Salvatore Petriccione a dire “Ce la vediamo noi” intendendo lui stesso, Mennetta che era suo nipote e Ugo De Lucia. che era presente. Cosimo li voleva trattenere a cena nel rione e Petriccione disse, no. andiamo a casa mia a Melito e ci da lì ci organizziamo. Probabile che abbiano chiesto le armi a Giuseppe Pica. Il giorno dopo, io e Marco eravamo da Cosimo e si presentò Salvatore Petriccione e disse: “Hai visto, abbiamo risolto” e Cosimo disse: “Si, abbiamo visto il telegiornale” e chiese poi dove stavano Ugo e Mennetta e Petriccione rispose: ‘Stanno a casa, stanno riposando. perché questa notte non hanno dormito pensando solo all’omicidio che dovevano commettere’».

I verbali di Rosario Guarino

A confermare il contesto entro cui maturò l’agguato anche l’ex ras della Vanella Grassi Rosario Guarino:«Salvatore Petriccione ha commesso l’omicidio del tabaccaio a Melito, per come riferitomi da Ciro Barretta, il quale mi ha confessato che lui portava la macchina che condusse sul luogo dell’agguato i due killer, Petriccione e Pasquale Malavita, ed è uno dei motivi per i quali Petriccione voleva la morte di Malavita. Di quell’omicidio me ne parlò Petriccione quando mi disse di voler ammazzare Malavita poiché lo stesso aveva partecipato con lui all’omicidio del Riccio. Il terzo partecipe all’omicidio, mi disse il Petriccione, era stato Ciro Barretta ed io già lo sapevo perché, come dirò subito dopo, me ne aveva parlato lo stesso Barretta. L’ordine di ammazzare Riccio il tabaccaio pervenne a Petriccione, Malavita, Mennetta, Barretta e altri due o tre esponenti del Rione Berlingieri in un appartamento a Melito, dove attendevano direttive. Il movente era che il Riccio era un parente di Abbinante».

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