Marco Celant
Marco Celant

Marco Celant aveva 38 anni e due figli piccoli. E’ morto lavorando in un’azienda di San Vito al Tagliamento che si occupa di sistemi e finiture in alluminio, l’Anoxidall. Per cause ancora da chiarire, il muletto su cui è operava si è ribaltato. Celant è rimasto schiacciato all’altezza della testa. E’ successo nella mattinata di martedì primo giugno e e sue condizioni sono sembrate da subito disperate. E’ morto poco dopo il ricovero all’ospedale di San Vito al Tagliamento.

La procura di Pordenone ha aperto un’inchiesta senza indagati per omicidio colposo e disporrà nei prossimi giorni l’autopsia. “Una tragedia che ci impegnerà molto nell’accertamento dei fatti”, ha commentato il procuratore capo di Pordenone Raffaele Tito. Il mezzo e l’area attorno sono stati posti sotto sequestro. La vittima era in possesso del patentino necessario per la guida del muletto.

Inchiesta sulla morte di Marco Celant

“L’impressione è che l’azienda fosse attenta alla sicurezza del lavoro“, ha aggiunto il procuratore Tito riferendosi a quanto appurato in un primo momento dai carabinieri che indagano con lo Spisal, il servizio di prevenzione per gli ambienti di lavoro. Marco Celant era molto conosciuto a Pescincanna, la frazione di Fiume Veneto, in provincia di Pordenone, dove viveva. Era molto attivo nella comunità e nella pro loco del paese.

Numerose le reazioni dal mondo della politica e dell’economia. Per il presidente del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga “un fatto così grave ci deve spingere a riaffermare il valore assoluto della sicurezza sul lavoro”. La capogruppo del Partito Democratico alla Camera Debora Serracchiani parla di “un dolore acre per una giovane vita spezzata mentre portava a casa il pane”.

Interviene anche Confindustria Alto Adriatico: “Un evento che lascia sgomenti e che segna nel profondo, siamo turbati”, ha affermato il presidente Michelangelo Agrusti. Gli industriali pordenonesi incontreranno i sindacati nei prossimi giorni, proprio alla luce di questo incidente. “Un’altra morte che si doveva e si poteva evitare”, è il commento della Cgil pordenonese.

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