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domenica, Maggio 19, 2024
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«Martina Minichini doveva essere uccisa», anche le donne nel mirino dei clan di Ponticelli

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Era finito nel mirino dei De Micco. E non solo perchè è la sorella di Michele Minichini ‘a tigre, braccio destro del boss Ciro Rinaldi, ma soprattutto perchè è la compagna di Luigi Austero, reggente dei De Luca Bossa. C’è anche questo retroscena nell’ordinanza di custodia cautelare eseguita qualche giorno fa nei confronti del clan di stanza nel lotto 0 di Ponticelli. Martina Minichini doveva essere uccisa. Per mandare un messaggio ai rivali e per alzare ulteriormente il tiro nella faida che da anni si combatte a Ponticelli. A rivelarlo Antonio Pipolo che in un passaggio ha rivelato:««In precedenza sapevo che doveva essere uccisa Martina Minichini. Ne parlarono a casa mia Marco De Micco, D’Apice e Palumbo in mia presenza». Secondo Pipolo poi non se ne fece nulla e i ‘Bodo’ optarono per l’omicidio di Carmine D’Onofrio, figlio di Giuseppe De Luca Bossa (leggi qui l’articolo). Secondo Pipolo la scelta della Minichini non era casuale visto che la donna è legata sentimentalmente a Luigi Austero che, a detta di Pipolo, sarebbe tra i responsabili della rottura della tregua sancita mesi prima:«Luca La Penna fu avvistato mentre parcheggiava un’auto rubata al lotto e pensammo che parcheggiando quell’auto lì volessero organizzare un omicidio nei nostri confronti e che tale omicidio fosse stato organizzato da Luigi Austero, rimasto reggente. Chiamammo Luigi Austero e Palumbo gli chiese spiegazioni e Luigi Austero gli attaccò il telefono in faccia. Da lì iniziarono le bombe. Partirono all’attacco».

 

L’articolo precedente. Le rivelazioni del pentito Pipolo sulla faida di Ponticelli

«Faccio parte del clan De Micco, e ho saputo che c’era stato un summit tra i De Micco, i De Martino, i Mazzarella e i De Luca Bossa nel corso del quale hanno deciso di uccidermi perché ritenevano che io fossi quello più debole, nel senso che in caso di arresto avrei potuto collaborare con la giustizia». Sono queste le prime, esplosive dichiarazioni, di Antonio Pipolo, da qualche mese collaboratore di giustizia e colui che con le sue dichiarazioni ha di fatto messo a nudo tutti i misfatti della camorra di Ponticelli a partire dalle ultime ordinanze eseguite la scorsa notte dai carabinieri nei confronti di sei indagati appartenenti ai De Luca Bossa, tra cui Christian Marfella indicato come il reggente del gruppo del lotto 0 (leggi qui l’articolo). Pipolo, è ritenuto dagli inquirenti legato al clan De Micco-De Martino, lo stesso di cui faceva parte Carlo Esposito, ucciso dal giovane reo confesso lo scorso luglio in un “basso” insieme con l’operaio Antimo Imperatore che stava eseguendo dei lavori in quell’abitazione. Pipolo, con le sue dichiarazioni, ha permesso agli inquirenti di ricostruire la strategia ‘stragista’ di Marfella e di altri cinque indagati che rispondono, a vario titolo, di detenzione illegale di armi ed esplosivi, detenzione di stupefacenti e ricettazione, fatti tutti aggravati dalla finalità di agevolare le attività del clan De Luca Bossa.

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Pipolo vuota il sacco e inguaia due clan di Ponticelli

Fondamentali le dichiarazioni rilasciate ai magistrati lo scorso luglio e allegate nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Maria Luisa Miranda. In quell’occasione Pipolo ha parlato anche dell’omicidio di Carmine D’Onofrio, figlio di Giuseppe De Luca Bossa:«Ho sparato a due persone, Carlo Esposito ed un altro che non conosco, nel Rione Fiat. Erano in casa in un basso. Sono andato lì, Esposito era dentro casa, l’altro era all’esterno in una veranda. La porta era aperta. Carlo Esposito era all’ interno vicino ad una finestra. Ho usato una pistola calibro 7.65 parabellum. Faccio parte del clan De Micco, e ho saputo che sabato mattina c’era stato un summit tra i De Micco, i De Martino, i Mazzarella e i De Luca Bossa nel corso del quale hanno deciso di uccidermi perché ritenevano che
io fossi quello più debole, nel senso che in caso di arresto avrei potuto collaborare con la giustizia. Avevano deciso di uccidermi fingendo che ci fosse una rissa nella discoteca Club Partenope, all’interno dell’ippodromo. Preciso che il fatto che volessero uccidermi perché temevano che io in caso di arresto avrei potuto collaborare con la giustizia è una mia supposizione. In giro nel quartiere si diceva che Carmine D’Onofrio lo avevo ucciso e per gli
altri clan ero io quello più pericoloso dei De Micco e dunque la persona da eliminare.
Dunque, poiché ero l’unico a non essere stato arrestato per l’omicidio di Carmine D’Onofrio, oltre a D’Apice Ciro Ivan, pensavano che in caso di arresto avrei collaborato. Preciso che Marco De Micco pur essendo detenuto parla a telefono con ….. che ha procurato l’auto per l’omicidio D’Onofrio».

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