Svolta nell’inchiesta sull’omicidio avvenuto lo scorso 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo: la Polizia di Stato ha eseguito il fermo di Carmelo Cinturrino, assistente capo accusato dell’omicidio volontario del 28enne marocchino Abderrahim Mansouri.
Il fermo di Cinturrino si fonda sulle indagini della Squadra Mobile e del Gabinetto regionale di Polizia scientifica della Polizia di Stato, con il coordinamento dalla Procura, e “determinante è stato accertare che la vittima”, Abderrahim Mansouri, marocchino di 28 anni, quando è stata colpita “non impugnava alcuna arma, che è stata portata e posta accanto al corpo in una fase successiva”. Sulla riproduzione della pistola trovata accanto al corpo di Mansouri, non sono state trovate tracce di Dna della vittima ma solo quelle dell’assistente capo Carmelo Cinturrino. Lo ha spiegato in conferenza stampa il pm titolare delle indagini Giovanni Tarzia.
“A questo si aggiungono – scrive la Procura – le risultanze delle escussioni testimoniali, interrogatori, analisi delle telecamere e di dispositivi telefonici ed accertamenti di natura tecnico scientifica, che hanno permesso di ricostruire la dinamica dell’evento”. Carmelo Cinturrino è stato fermato mentre era al lavoro in commissariato, in via Mecenate. L’agente era in servizio dalle 8 di stamani e circa un’ora dopo, è stato riferito, sono arrivati gli uomini della Squadra Mobile coordinati dalla Procura.
A carico di Carmelo Cinturrino, ci sono forti rischi di reiterazione del reato, ossia che possa uccidere ancora, e di inquinamento probatorio, oltre che il pericolo di fuga, perché ha anche una disponibilità di alloggi. Lo si evince in relazione alla richiesta di custodia in carcere che la Procura di Milano, diretta da Marcello Viola, inoltrerà al gip nelle prossime ore.
Tutte e tre le esigenze cautelari, dunque, sono contenute nella richiesta di misura in carcere per Cinturrino, nelle indagini della Squadra mobile della Polizia, coordinate dal procuratore Marcello Viola e dal pm Giovanni Tarzia. A quanto risulta, dagli accertamenti è venuto a galla un profilo di pericolosità molto forte del poliziotto 42enne.
Un profilo inquietante, stando a quanto riferito, anche perché inatteso rispetto al fatto che veniva considerato molto preparato e attento. Oltre al movente, un altro degli aspetti da ricostruire con le indagini, che vanno avanti, sono le disponibilità economiche dell’assistente capo, tenendo conto anche di quel quadro di operazioni borderline, con sospetti di richieste di pizzo a pusher e tossici. Dopo il fermo eseguito stamani, provvedimento che tecnicamente si basa sul pericolo di fuga, la Procura inoltrerà all’ufficio gip la richiesta di convalida e di misura cautelare in carcere per Cinturrino. Spetterà, poi, ad un gip, dopo la fissazione dell’udienza di convalida con l’interrogatorio, decidere sulla misura cautelare con ordinanza.
Da ricostruire nelle indagini il movente, ma è venuto fuori che nell’ultimo periodo l’agente aveva preso di mira il presunto pusher. “Ce l’aveva con lui”, è la sintesi degli accertamenti. “Spiego l’accaduto con l’amarezza di vicende come questa che vedono coinvolte le forze dell’ordine ma con la consapevolezza che la Procura e la Polizia di Stato hanno compiuto tutti gli accertamenti rigorosi senza fare sconti a nessuno”. Lo ha detto il procuratore di Milano Marcello Viola, nella conferenza stampa dopo il fermo dell’assistente capo della Polizia di Stato Carmelo Cinturrino
Gli uomini della Squadra Mobile di Milano stanno perquisendo la casa della compagna del poliziotto Cinturrino, che abita in zona Corvetto. La donna è la portinaia in un palazzo Aler in via Mompiani. Lì l’agente è conosciuto come Luca e secondo alcune testimonianze da riscontrare, alcuni spacciatori avrebbero smerciato droga indisturbati in cambio del pizzo all’assistente capo. Da qualche giorno nell’abitazione non vive più nessuno.
Legali della famiglia Mansouri: “Gli altri agenti ora dicano la verità”
“Il fermo di Cinturrino è il giusto epilogo in uno Stato di diritto, dove la magistratura può indagare liberamente e senza alcun tipo di costrizione. Non credo abbia fatto tutto da solo, credo che sia stato fortemente aiutato dai suoi colleghi e quindi questo è il momento giusto per i suoi colleghi, se hanno un briciolo di coscienza, di dire tutta la verità su cosa è accaduto quell’orribile giorno a Rogoredo. Questo è il momento giusto”. Lo affermano gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, legali dei familiari di Abderrahim Mansouri, dopo il fermo del poliziotto Carmelo Cinturrino per omicidio volontario.


