Giugliano come Casalnuovo. La Regione: «Il parco va demolito»

Una vista aerea del parco dell'Obelisco

Giugliano come Casalnuovo, si inizia a parlare di abbattimenti del mostro dell’Obelisco per ridare prestigio e cancellare le cicatrici materiali e morali all’antico percorso della Domiziana. Dalla Regione si stanno mobilitando per gli abbattimenti per ristabilire la legalità in una città che sembra aver dimenticato, negli anni, il significato di questa parola. Collusione tra comune e camorra, questo quanto emerso dall’operazione «Puff Village». Indagini durate anni e entrate nel vivo quando uscì il primo condono. Il racconto sintetizzato di uno dei pentiti dell’inchiesta fa emergere che l’idea del grande business fu partorita da un padrino, il boss Rea proprietario dello stabile, a lui confiscato, dove oggi è situata la caserma della Guardia di Finanza.
Un parco, quello dell’Obelisco, che i Nuvoletta di Marano avrebbero voluto rilevare per intero con il consenso del clan Mallardo, ma solo a «sanatoria» conclusa. Basta un nome per rendersi conto che la camorra era dentro fin dall’inizio nell’affare: Eleonora Basso. Un nome che può passare inosservato tra le carte della magistratura se non lo si lega a Francesco Rea. Suo procuratore in un atto notarile, ma poi si scopre che è il marito. Rea considerato il capo dei capi, grande riciclatore di denaro sporco per conto dei clan, concessionario della Mercedes a Giugliano, con interessi a Roma e in Germania, legato alla famiglia Mallardo.
Di Rea erano anche i terreni del parco Obelisco, «a vocazione turistico-alberghiera» che dovevano diventare area «residenziale», bypassando i vincoli archeologici e militari. Uno scempio che oggi ha una scia di 38 indagati. Terreni ed edifici più volte passati di mano con la regia del clan.

Secondo quanto riportato da Il Mattino, ci fu una riunione, presso lo studio di un geometra del Comune di Giugliano (il quale non risulta attualmente indagato nell’inchiesta Puff Village e coinvolto in un’altra inchiesta) alla quale parteciparono funzionari e tecnici del Comune insieme a un esponente dei Mallardo. Il funzionario così esordì: «La gente non capisce niente, vuole fare affari con la droga, invece si deve agire con i condoni, quelli sì sono guadagni, e rischi nessuno!».

E pare che sempre l’esponente dei Mallardo, ’o Mast, come lo sente chiamare il pentito (presente alla riunione), dopo aver spiegato i preliminari dell’affare, avrebbe avvertito tutti con una breve ma significativa frase: «Chi se ne vuole andare se ne va adesso. Per chi non se ne va il contratto è chiuso». Uno scenario, insomma, di tipo e clima inequivocabilmente camorristico, dicono gli investigatori.

In quella famosa riunione si posero le basi dell’intera operazione che avrebbe dato il via al fiume di cemento tra via Ripuaria e la Domiziana.
Risulta anche dall’inchiesta che gli esponenti del clan che avevano a cuore l’edificazione del complesso residenziale «L’obelisco», isolato dal centro convulso di Giugliano, tenevano d’occhio i condoni, e facevano il calcolo delle probabilità molto prima che venissero approvati. Per questo si preparavano per tempo, e facevano domanda di sanatoria al Comune quando sui terreni designati cresceva ancora folta l’erba.

I militari delle Fiamme Gialle hanno sgranato gli occhi quando, passando le carte al setaccio, insospettiti anche dal clamoroso furto di tutte le pratiche oggetto di richieste di condono nel territorio – tremila fascicoli – avvenuto alcuni anni prima al Comune di Giugliano, si sono accorti che alle domande di sanatoria relative all’Obelisco erano allegati rilievi aerofotogrammetrici totalmente falsificati: al posto dell’erba, nelle foto erano stati sovrapposti i disegni delle villette da realizzare. E voilà, il fotomontaggio, avallato dai tecnici, era bell’e fatto.


Così pure i bollettini di pagamento: vi era apposto un regolare timbro postale al laser. Bello, peccato però – dicono gli investigatori – che in quegli anni il laser non era ancora stato immesso sul mercato, e quindi non in dotazione delle Poste. Un meccanismo perfetto partito con il rilascio delle concessioni edilizie illegittime (l’area, a destinazione turistico-alberghiera, è stata via via trasformata, in una serie di passaggi oscuri, in area residenziale).

Poi la creazione di un ufficio protocollo delle domande di condono ad hoc, il quale – affermano gli inquirenti – era «artatamente» gestito in modo che i bollettini non si potessero ricondurre a singoli cittadini e a singole richieste. Un protocollo, una sorta di calderone dove le pratiche diventavano un’unica, indistinguibile marmellata, tra i cui artefici principali ci sarebbe l’ingegnere capo del Comune, che oggi è passato a gestire non più l’edilizia privata ma quella pubblica dell’intera città di Giugliano.