di ANDREANA ILLIANO
La Sofer chiude dopo centoventi anni di attività. Pozzuoli stamattina si sveglia senza la sua storica fabbrica, riponendo nella memoria i morti di amianto, le lotte sindacali per l’aumento dei salari e gli ultimi scioperi degli operai, che – fino a qualche mese fa – ancora speravano di rimanere qui, nei capannoni con vista sul golfo. Resta il segno nella storia della città della fatica dolorosa e della passione di tre, quattro generazioni di operai che hanno trascorso la vita nell’ultimo sito di industria pesante nato sul mare.
Oggi i cancelli saranno sprangati per sempre. Sulla superficie di 162mila metri quadrati della Sofer non ci saranno più carrelli ferroviari, né macchine d’avanguardia per l’assemblaggio dei motori, né suonerà più la sirena che segnava l’orario di entrata ed uscita degli addetti ai lavori. I 274 dipendenti dell’Ansaldo–Breda di Pozzuoli sono stati tutti trasferiti a Napoli, a via Argine, insieme agli strumenti di tecnologia avanzata, acquistati appena pochi anni fa da Finmeccanica. L’attività di carpenteria invece è stata affidata al consorzio Locar Cmp, trasferitosi a Quarto Officine, in una struttura di proprietà della Sepsa. Il piano di smantellamento è stato attuato in meno di due anni.
«Noi non ci arrenderemo. È vero, siamo stati trasferiti nel capoluogo, abbiamo avuto delle precise garanzie lavorative, ma se deve esserci riconversione turistica vogliamo essere presenti – spiega Pasquale Del Vaglio, rappresentante sindacale ed ex dipendente di Pozzuoli – La Sofer è anche un poco nostra, è di chi ci ha lavorato, a rischio della salute. Un centinaio di dipendenti sono disposti a lavorare, per dare nuova vita al sito. Chiediamo risposte ai vertici di Finmeccanica, al governatore della Regione, Antonio Bassolino, al sindaco – continua Del Vaglio – Siamo pronti ad occupare la struttura, a rimanerci dentro per giorni. Siamo pronti – come un tempo – alla lotta».
I terreni della Sofer sono di proprietà di Finmeccanica che, affidatasi a Sviluppo Italia, oggi prova a programmare una riconversione dei volumi esistenti, ritenendo possibile la vendita dei suoli. Il Comune sogna di inserire l’area in un piano di rilancio turistico più ampio, ma non ancora tutto chiaro. «Se i suoli saranno messi in vendita eserciteremo il diritto di prelazione – spiega il sindaco di Pozzuoli, Vincenzo Figliolia – Anche perché se la fabbrica non avrà più una destinazione industriale sarà necessaria una variante urbanistica. L’amministrazione comunale farà la sua parte. Noi sappiamo poco di quello che ha in mente Finmeccanica, sta di fatto che, dopo esserci battuti per garantire il lavoro agli operai, vorremmo che lì sorgesse un polo produttivo fiorente, fonte di altri posti di lavoro».
Chi invece nei capannoni industriali ci ha vissuto un’intera vita riapre un’antica questione: la bonifica. «Guai se la fabbrica non avesse chiuso. Il risanamento dall’amianto c’è stato, è certificato, ma consentitemi dei dubbi – spiega Franco Cammino, sindacalista della Cgil per 24 anni e dipendente Sofer – Sono stati accertati 86 casi di morte per tumore ai polmoni, altri casi aspettano giustizia. Questa è l’unica fabbrica in Italia che ha ottenuto il riconoscimento per l’esposizione da amianto per un periodo lunghissimo: 34 anni. Fino a pochi anni fa si lavorava usando il materiale killer. In ogni carrozza c’erano 700 chili d’amianto. Non a caso, oltre cento operai hanno ottenuto di andare in pensione con soli venti anni di servizio. È un bene – anche se lo dico con nostalgia – che la Sofer chiuda».
Come accade per le cose morte, gli operai della Spi, quelli andati via dal sito industriale anni fa, hanno riposto dei fiori davanti al cancello della struttura. Dice un ex operaio: «È in ricordo dei tanti nostri colleghi uccisi dall’amianto, la loro anima è rimasta anche un po’ qua, tra i capannoni».
Amianto killer: 86 morti
Ottantasei operai morti per l’esposizione all’amianto: tante le sentenze che lo hanno riconosciuto a cominciare dalla metà degli Anni 80. Altri 16 sono i casi di morti sospette, il cui iter giudiziario è ancora in corso. Furono i sindacati, nel 1985, ad aprire la vertenza quando si accorsero che decine di dipendenti si ammalavano di mesotelioma. Cominciarono allora le assemblee in fabbrica, gli scioperi, fu bloccata la produzione per 40 giorni. Fu un lungo braccio di ferro. Alla fine vinsero.
IL MATTINO 20 SETTEMBRE 2003


