Gli sceneggiatori della serie “Gomorra”, Roberto Saviano in primis, hanno abituato gli spettatori a conoscere fatti realmente accaduti, seppur in versione romanzata, attraverso lo sviluppo delle trame legate ai protagonisti della fiction targata Sky. Non solo camorra, ma anche tanta ‘ndrangheta in questa seconda stagione della fortunata serie televisiva: dopo i chiari riferimenti alla strage di Duisburg nel secondo episodio, nel pieno della latitanza di Don Pietro Savastano a Colonia, nella nona puntata, andata in onda martedì 7 giugno, Marinella – moglie del galeotto “Lelluccio” e nuora della spietata Scianel – segue in larga parte le vicende di Angela Bartucca, moglie del boss Rocco Anello.
Angela Bartucca, nei primi anni duemila, durante il periodo di detenzione del marito Rocco Anello, capobastone dell’omonima cosca operante a Filadelfia nel vibonese, si ritrovò a sedurre prima Valentino Galati, appena diciannovenne all’epoca dei fatti, e poi Santo Panzanella, innamorato della donna. Angela Bartucca ebbe una relazione con entrambi gli uomini, poi vittime di lupara bianca. Mentre di Galati si è perse ogni traccia, di Panzanella fu ritrovata solo una clavicola. I due, secondo le ricostruzioni degli inquirenti, furono vittime di spedizioni messe in atto per salvare l’onore del boss; vicende che valsero ad Angela Bartucca il soprannome di “mantide”.
Come la Bartucca, anche Marinella, protagonista di Gomorra, si è rifugiata nelle braccia del “cavalier servente” Mario mentre il marito Lello scontava i suoi sette anni di detenzione. Scoperta la relazione, alla vigilia della scarcerazione del figlio, Scianel ordina ai suoi uomini di uccidere il suo autista che muore dissanguato in seguito ad uno sparo sui genitali, salvando così l’onore.
Da questo episodio prende poi il via lo sviluppo del personaggio di Marinella, interpretato da Denise Capezza, che la porterà a tradire ancora una volta suo marito “vendendolo” ai ragazzi del vicolo prima e alla polizia dopo.
Tra Gomorra e realtà. Marinella tradiva Lelluccio con un uomo del clan, proprio come la mantide di Vibo
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