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mercoledì, Maggio 18, 2022
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Rapito e portato davanti al boss di Ponticelli:«Non ho mai fatto il nome di D’Onofrio»


Una lettera dal carcere. Quella inviata da Giovanni Mignano, tramite suo fratello, alla redazione di Internapoli. Il suo nome emerge nelle carte dell’inchiesta sulla morte di Carmine D’Onofrio, il 23enne figlio di Giuseppe De Luca Bossa, ucciso in un agguato. Per la Procura a volere la sua morte il boss Marco De Micco che aveva saputo che il 23enne era uno degli autori della bomba fatta esplodere sotto la sua abitazione in via Piscettaro. Quel nome De Micco, per la Procura, lo avrebbe ottenuto a suon di schiaffi e minacce proprio da Mignano, letteralmente rapito e sequestrato dai suoi sodali prima di cedere e fare il nome del giovane. Una versione ricostruita attraverso alcune intercettazioni (leggi qui l’articolo). Una versione dei fatti che invece l’uomo, recluso nel carcere di Secondigliano, smentisce senza con fermezza.

La versione di Mignano:«Non ho fatto il nome di D’Onofrio»

In una missiva fatta pervenire alla redazione Mignano spiega la sua versione dei fatti chiarendo di non aver mai fatto il nome di D’Onofrio e anzi, rilanciando, chiedendo una perizia. L’uomo ha inoltre smentito categoricamente di essere stato rapito e minacciato dagli uomini del clan:«Circa tre settimane fa è stato pubblicato un articolo di giornale in cui veniva evidenziato il mio nome in merito a un’aggressione e minaccia di cui sono stato oggetto e a seguito di questa avrei fatto il nome di un ragazzo che successivamente è stato vittima di camorra omicida. Detto ciò, voglio smentire il tutto a chi di dovere in quanto totalmente estraneo ai fatti. A causa di questo articolo temo per la mia vita e per quella dei miei familiari». Mignano poi lancia un appello:«Chiedo pertanto un incontro urgente con chi di dovere per smentire il tutto. Chiedo una sollecitazione ai pm della Dda da cui non ho ancora avuto una risposta e mi rendo disponibile a sottopormi anche a una perizia». Versione che non coincide assolutamente con quella della Procura che nel decreto di fermo a carico di De Micco e dei suoi indicava Mignano come uno dei due autori del raid di via Piscettaro con Mignano che sarebbe stato poi prelevato, picchiato e minacciato dagli uomini dei ‘Bodo’. Dopo questo episodio, secondo l’accusa, sarebbe scattato il raid contro D’Onofrio. Adesso la lettera di Mignano solleva nuovi interrogativi.

L’articolo precedente. Il boss De Micco cerca di difendersi:«Parlavamo di una partita di biliardo»

Ha cercato di respingere le accuse a partire proprio dal sequestro e dalle minacce proferite a Giovanni Mignano, ossia colui che gli avrebbe indicato il nome di Carmine D’Onofrio poi ucciso. Il boss Marco De Micco, per il quale è stato deciso il carcere nonostante la mancata convalida del fermo a suo carico (leggi qui l’articolo), ha negato di conoscere Mignano provando dunque a smontare le accuse della Dda. De Micco è difeso dall’avvocato Stefano Sorrentino. Dopo ore di violenza Mignano avrebbe pronunciato un nome: Carmine. Sarà la condanna a morte per il giovane che solo qualche mese prima aveva saputo di essere figlio di Giuseppe De Luca Bossa, nemico storico dei ‘Bodo’. I due avrebbero dunque piazzato la bomba carta sotto casa di De Micco in via Piscettaro, azione che avrebbe decretato la condanna a morte del giovane. Nelle intercettazioni ambientali si sentono i rumori degli schiaffi contro Mignano con De Micco che urla contro di lui:«Vattene, senti a me è meglio che te ne vai, vattene, è meglio!». In una successiva intercettazione Ciro Ricci, che era stato comandato dallo stesso De Micco di trovare quel giovane, ha una conversazione con Antonio De Micco, padre del boss che gli rivela che «Lo hanno picchiato malamente», alludendo proprio a Mignano. Ricci, parlando dell’autore, dichiara che l’unica soluzione da adottare è quella dell’omicidio:«Ora lo devono atterrare, lo devono uccidere, lo devono uccidere e basta! E sì, e non se ne importano, questi devono morire, devono morire proprio, lo devono atterrare e non lo devono trovare!».

La difesa di De Micco: il riferimento a una partita di biliardo

Una ricostruzione, questa, che si basa su alcune intercettazioni ambientali raccolte grazie alle microspie posizionate all’interno dell’abitazione di De Micco, luogo dove il brutale interrogatorio sarebbe avvenuto. Una ricostruzione che, tuttavia, è stata ampiamente contestata dallo stesso De Micco e dal suo difensore. Come evidenziato dal legale non vi sarebbe certezza circa l’identificazione delle persone coinvolte visto che molte persone vengono chiamate per nome. Inoltre, per il legale di De Micco, nelle parole ‘riprese’ dalla cimice si farebbe riferimento ad una partita di biliardo e non all’organizzazione del delitto. Argomentazioni che non hanno fatto breccia presso il gip che, pur non convalidando il fermo, ha deciso per il carcere per il boss.

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