Giovanni Brusca ha rilasciato una video intervista ad una tv francese

Sta facendo discutere la scarcerazione, per decorrenza dei termini, di Giovanni Brusca, “u scannacristiani”. Il boss di San Giuseppe Jato è uno degli esecutori materiali della strage di Capaci in cui venne ucciso il giudice Falcone. Lo scorso 31 maggio ha lasciato il penitenziario di Rebibbia, a Roma, con 45 giorni di anticipo rispetto alla scadenza della condanna.

 

In una sua intervista rilasciata cinque anni fa, pubblicata questa mattina, il collaboratore di giustizia ha chiesto scusa a tutte le vittime di mafia. “Ho riflettuto e ho deciso di rilasciare questa intervista: non so dove mi porta, cosa succederà, spero solo di essere capito. Ho deciso di farlo per fare i conti con me stesso, perché è arrivato il momento di metterci la faccia. Anche se non posso per motivi di sicurezza, ma è nello spirito e nell’anima che ho deciso di farlo. Di poter chiedere scusa, perdono, a tutti i familiari delle vittime, a cui ho creato tanto dolore e tanto dispiacere”.  Lo dice il mafioso stragista pentito Giovanni Brusca in in un’intervista a Zek e Arte France, 5 anni fa, pubblicata col video inedito dal sito del Corriere della Sera e dalla Stampa.

 

L’uomo che si è autoaccusato di aver premuto il telecomando che fece esplodere il tritolo che provocò la strage di Capaci, già in altre occasioni, soprattutto durante i processi, dopo la sua collaborazione, che all’inizio fu controversa, aveva chiesto perdono ai familiari delle vittime e allo Stato. L’ultima volta nel febbraio 2019 deponendo al processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio a Palermo disse. “Chiedo perdono a tutte le vittime di mafia”.

Giovanni Brusca: “Ho provato a dare il mio contributo”

“Ho cercato (da collaboratore di giustizia) – dice Giovanni Brusca nell’intervista video – di dare il mio contributo, il più possibile, e dare un minimo di spiegazione ai tanti che cercano verità e giustizia. E chiedo scusa principalmente a mio figlio e a mia moglie, che per causa mia hanno sofferto e stanno pagando anche indirettamente quelle che sono state le mie scelte di vita. Scelte fatte prima da mafioso, poi da collaboratore di giustizia, perché purtroppo nel nostro Paese chi collabora con la giustizia viene sempre denigrato, viene sempre disprezzato, quando invece credo che sia una scelta di vita importantissima, morale, giudiziaria ma soprattutto umana. Perché consente di mettere fine a questo, Cosa nostra, che io chiamo una catena di morte, una fabbrica di morte, né più né meno. Un’agonia continua”.

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