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“Mettetevi a posto con gli amici”, arrestati fratello, figlio e genero dei boss di Casavatore e Melito

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Un sistema estorsivo strutturato, caratterizzato da minacce, pressioni e violenze, e accompagnato da riferimenti espliciti al clan Amato-Pagano. È questo il quadro ricostruito dai Carabinieri della Compagnia di Casoria che ha portato all’arresto di Vincenzo Pagano, Lino Caiazza ed Elpidio Patricelli, ritenuti organici ai gruppi camorristici Amato-Pagano e Ferone e coinvolti in una serie di estorsioni ai danni di due imprenditori edili di Casavatore.

Le indagini hanno riguardato i titolari di un’impresa edile, che secondo la ricostruzione degli investigatori sarebbero stati avvicinati a partire da gennaio 2026 da Elpidio Patricelli, genero del boss Ernesto Ferone. In quella fase iniziale, Patricelli avrebbe intimato loro di “mettersi a posto con gli amici di Casavatore”, spiegando che era necessario denaro “per il sostentamento delle famiglie dei carcerati”. Successivamente, al rifiuto degli imprenditori, avrebbe ribadito che “non avevano avuto un buon comportamento nei confronti della famiglia”, facendo intendere la continuità delle pressioni.

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La vicenda, secondo gli inquirenti, si sarebbe poi aggravata nel mese successivo, quando la richiesta si sarebbe trasformata nella pretesa di consegnare un’autovettura di lusso, una Audi RS3. In questa fase, durante una videochiamata in vivavoce, sarebbe intervenuto anche Lino Caiazza, figlio del ras degli Amato-Pagano Pierino, riconosciuto dalla vittima nel corso della comunicazione, che avrebbe confermato la richiesta, invitando Patricelli a farsi consegnare il veicolo.

Nel mese di marzo 2026, le vittime sarebbero state convocate in un edificio di Casavatore, dove ad attenderli si trovavano Patricelli, Vincenzo Pagano, fratello del superboss degli Scissionisti Cesare, e altri soggetti non identificati. In quell’occasione, secondo quanto riferito dalla parte lesa, la pressione sarebbe stata ulteriormente rafforzata, sempre con riferimento alla consegna dell’auto e con l’esplicita evocazione della forza intimidatoria del gruppo.

Il 28 aprile 2026 rappresenta uno dei momenti centrali della vicenda. In quella data, Patricelli avrebbe avvicinato uno dei titolare della ditta edile nei pressi del Comune di Casavatore, dicendogli: “dopo portaci la macchina e ti faccio sapere dovo e quando”. Poche ore più tardi, sempre nello stesso contesto territoriale, sarebbe intervenuto Vincenzo Pagano, che avrebbe ulteriormente intimidito le vittime, presentando le richieste come provenienti da soggetti pericolosi e tali da non poter essere ignorati.

In quella stessa occasione, secondo la ricostruzione accusatoria, Pagano avrebbe avuto un comportamento violento nei confronti di una delle vittime, rivolgendole frasi pesantemente minacciose, tra cui: “adesso vieni con me, ci hai fatto un bo***ino, tu devi dare la macchina a questi qua”, per poi colpirlo con uno schiaffo e sputargli in faccia. Mentre la vittima si allontanava, l’uomo avrebbe proseguito nell’azione aggressiva colpendolo con un calcio e urlando: “mi devi dare la macchina uomo di merda, la storia non finisce qua”.

Nei giorni successivi, la pressione sarebbe proseguita senza interruzioni. Il 4 maggio 2026, sempre Pagano avrebbe intercettato le vittime, fermando bruscamente la propria auto in loro prossimità e rivolgendosi con tono intimidatorio, dicendo: “allora non avete capito cosa dovete fare”, per poi allontanarsi a forte velocità.

Ulteriori episodi sarebbero stati registrati anche nei giorni successivi, con continui avvicinamenti e messaggi indiretti riconducibili al gruppo, tra cui quello riferito da un soggetto non identificato che avrebbe detto: “ha detto lo zio che questa storia è finita qua e non vuole sapere più niente”, aggiungendo, alla richiesta di chiarimenti, “Vincenzo sce sce”.

Le indagini hanno inoltre documentato ulteriori movimenti sospetti nei pressi del cantiere delle vittime, con la presenza di soggetti in scooter che avrebbero chiesto informazioni sugli imprenditori e tentato di avvicinarli, mentre successivi riscontri video hanno permesso agli investigatori di confermare diversi incontri e spostamenti dei soggetti coinvolti nei giorni chiave dell’attività estorsiva.

Secondo l’impostazione accusatoria, gli indagati avrebbero agito in concorso tra loro, con modalità tipicamente camorristiche e facendo leva sull’evocazione del clan Amato-Pagano per rafforzare la pressione sulle vittime, al fine di ottenere denaro o la consegna del veicolo. Le condotte non si sarebbero concretizzate esclusivamente per il rifiuto opposto dagli imprenditori.

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