Per la Procura una commistione fatale quella esistente tra la politica e i clan a Sant’Antimo. Questo pomeriggio sono uscite le prime sentenze con rito abbreviato (formula che comporta la riduzione di un terzo della pena) per le persone arrestate nel corso dell’operazione Artemio. Il gip Cerabona ha condannato Giuseppe Garofalo a 10 anni e 8 mesi, Vincenzo D’Aponte, Teresa Puca e Antonio Ferriero a 6 anni e 8 mesi, Amodio Ferriero a 8 anni, Antimo Puca e Giuseppe Di Domenico a 11 anni e 10 mesi, Armando Angelino a 4 anni e 5 mesi, Salvatore Schiavone 3 anni e due mesi, Antonio Iorio 2 anni e tre mesi, Pasquale Maggio 2 anni e 8 mesi, Angelo Guarino 2 anni e 9 mesi, il collaboratore di giustizia Claudio Lamino a 8 mesi, Ferdinando Puca 8 anni, Antimo Petito 4 anni e 4 mesi, Pietro Ciccarelli e Luigi Schiavone a 4 anni. Le accuse spaziavano da associazione mafiosa, concorso esterno,  corruzione elettorale, estorsione, turbata libertà degli incanti, intestazione fittizia di beni, voto di scambio, armi, violenza privata, ricettazione, violazione segreto d’ufficio, ricettazione. Queste le accuse mosse a vario titolo ai 108 indagati nell’ambito della mega inchiesta del giugno dell’anno scorso che fece tremare la città di Sant’Antimo.

Il sistema di Sant’Antimo: l’articolo precedente

Esisteva un consolidato e datato rapporto tra la famiglia Cesaro e il clan Puca di Sant’Antimo fatto di interessi della cosca nel centro polidiagnostico “Igea” e nella galleria commerciale “Il Molino”. È quanto hanno appurato le indagini svolte dall’ottobre 2016 al gennaio 2019 dal reparto anticrimine di Napoli e che hanno portato da parte dei carabinieri del Ros, di un’ordinanza applicativa di misure cautelari nei confronti di 59 persone (38 finite in carcere e 18 ai domiciliari). Tra gli indagati ci sono gli esponenti dei clan Puca, Verde e Ranucci, operanti nel Comune di Sant’Antimo, e i tre fratelli del senatore Luigi Cesaro, Antimo, titolare dell’Igea finito in carcere, e gli imprenditori Aniello e Raffaele, entrambi ai domiciliari.

Le due societa’ Igea e Il Molino, secondo gli esiti investigativi, risultavano essere societa’ di fatto tra i Cesaro, formali titolari, e il capoclan Pasquale Puca, detto Pasqualino ‘o minorenne. Esponenti del clan, al venir meno dei pregressi accordi, hanno reagito compiendo un attentato dinamitardo al centro il centro diagnostico Igea il 7 giugno 2014, ed esplodendo cinque colpi di pistola all’indirizzo dell’auto di Aniello Cesaro, in sosta in un autolavaggio il 10 ottobre 2015. La madre del capoclan Pasquale Puca, raggiunta da obbligo di presentazione alla Pg, e’ chiamata a rispondere del reato di ricettazione aggravata dalla finalita’ mafiosa per aver nel tempo ricevuto danaro proveniente dai fratelli Cesaro, frutto delle societa’ di fatto esistenti tra gli imprenditori e il figlio.

Accertato il condizionamento delle elezioni comunali svolte nel giugno 2017 nel Comune di Sant’Antimo (Napoli), sciolto il 20 marzo scorso per infiltrazioni mafiose. Anche questo è emerso dall’inchiesta che ha portato all’esecuzione, delle misure cautelari nei confronti di 59 persone, a vario titolo ritenute gravemente indiziate dei reati di associazione mafiosa e concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione elettorale, tentato omicidio, porto e detenzione di armi da fuoco e di esplosivo, danneggiamento, trasferimento fraudolento di valori, estorsione, minaccia, turbata liberta’ degli incanti, corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, favoreggiamento personale, rivelazione di segreti d’ufficio, tutti reati commessi al fine di agevolare le attivita’ dei clan camorristici Puca, Verde e Ranucci operanti nel Comune di Sant’Antimo e limitrofi.

Dalle indagini e’ emersa una “capillare campagna di voto di scambio” e una “incalzante opera di compravendita di preferenze” con una tariffa di 50 euro per ogni voto “a favore di candidati del centrodestra”. Alle elezioni del 2017 vinse il centrosinistra al ballottaggio, dopo un primo turno favorevole per il centrodestra. Il controllo del Comune di Sant’Antimo da parte della criminalita’ organizzata locale risulta proseguito anche dopo le elezioni, come documentato dallo sviluppo delle investigazioni. Infatti, a seguito della mancata affermazione elettorale, la strategia criminosa e’ stata finalizzata da un lato a far decadere quanto prima la maggioranza consiliare e dall’altro a mantenere, malgrado un’amministrazione di diverso schieramento politico, il controllo sull’ufficio tecnico del Comune. 

43MILA EURO IN CONTANTI SEQUESTRATI AL CAPO UFFICIO TECNICO DEL COMUNE

Durante l’operazione contro i clan di Sant’Antimo  i militari hanno scoperto e sequestrato oltre 43mila euro in contanti nell’appartamento del capo dell’ufficio tecnico del Comune di Sant’Antimo. L’uomo, raggiunto dalla misura della custodia cautelare in carcere, aveva nascosto la somma, suddivisa in banconote da 100, 50 e 20 euro, in diverse stanze dell’abitazione.

ARRESTI CLAN SANT’ANTIMO: “MERCIMONIO DI VOTI DA OLTRE 10 ANNI”

I condizionamenti della camorra nell’attivita’ amministrativa di Sant’Antimo,secondo la procura di Napoli erano massivi e prolungati nel tempo, persino decennali. Il tutto avveniva anche “attraverso l’illecita ingerenza durante le tornate elettorali”. È quanto si legge nell’ordinanza firmata dal Gip del tribunale di Napoli Maria Luisa Miranda. L’attivita’ di indagine posta in essere dai carabinieri del Ros ha fatto emergere la “commissione di condotte finalizzate ad assicurare un alto livello di condizionamento operato dal clan Puca nelle tornate elettorali avvenute a Sant’Antimo nell’ultimo decennio”, dal 2007 fino all’ultima avvenuta nel 2017. Il comune di Sant’Antimo e’ “da anni afflitto da un inquietante mercinomio di voti – si legge nell’ordinanza – tale da fare venire meno uno dei principi cardine sui cui si fonda la nostra democrazia, ovvero quello della libera consultazione elettorale”.

Le indagini, infatti, hanno dimostrato che c’e’ stata una “reiterata e massiccia “vendita” di voti da parte di elettori” che hanno scelto di “abdicare al loro diritto/dovere costituzionale di esprimere un voto personale, eguale, libero e segreto”. Tutto questo, avveniva perche’ i tre clan di Sant’Antimo (Puca, Verde e Ranucci) miravano, in perfetta sinergia tra di loro, a mantenere il controllo dell’ente ed in particolare dell’ufficio tecnico comunale che assicurava “lauti guadagni e potere di controllo”.

 

L’inchiesta è condotta dalle pm Giuseppina Loreto e Antonella Serio, le ordinanze sono firmate dal giudice Tommaso Miranda.

RESTA AGGIORNATO, VISITA IL NOSTRO SITO INTERNAPOLI.IT O SEGUICI SULLA NOSTRA PAGINA FACEBOOK.