Ricerca contro il cancro, scienziato melitese protagonista di importante scoperta

Una ricerca condotta all’Università degli Studi di Napoli Federico II ha tracciato la prima mappatura molecolare nel genoma umano delle regioni del DNA ossidate dai radicali liberi ROS (Reactive Oxygen Species).

Tra gli scenziati protagonisti della ricerca c’è Stefano Amente, giovane melitese passato alle ribalte della cronaca già nel recente passato sempre per le sue attività di ricerca.

La ricerca è stata coordinata da Amente, appunto, Dipartimento di Medicina Molecolare e Biotecnologie e Mediche e dalla professoressa Barbara Majello, del Dipartimento di Biologia

I risultati, pubblicati sulla rivista scientifica Nucleic Acids Research, offrono per la prima volta una fotografia delle posizioni in cui il nostro genoma è soggetto a danni da ossidazione.

I ROS sono i principali induttori dell’invecchiamento cellulare e sono responsabili dell’insorgenza d’importanti danni cellulari alla base di numerose patologie, quali cancro, malattie neurodegenerative, infiammazione, disturbi cardio-circolatori.

Nel DNA una delle quattro basi (A;T;G;C) che compongono la doppia elica, la G (deossiguanosina), è particolarmente suscettibile all’azione dei ROS che, attraverso un processo di ossidazione, la modificano in una G-ossidata (8-oxodG) alterando la stabilità del DNA. E’ ben noto che la presenza della G-ossidata nel DNA induce a sua volta danni alla struttura del DNA, quali mutazioni e instabilità del genoma. In condizioni normali la cellula è in grado di riparare questo danno al DNA, tuttavia, quando la produzione di radicali liberi è eccessiva, i nostri sistemi di difesa non riescono più a far fronte all’eccesso di ROS liberi che generano danno cellulare in un fenomeno che chiamiamo stress ossidativo. Contrastare lo stress ossidativo con antiossidanti – si legge sul sito internet dell’università di Napoli Federico II – è alla base ad esempio del rilancio delle moderne linee guida su una corretta alimentazione per la salvaguardia della nostra salute.

I risultati hanno dimostrato che l’ossidazione del DNA non è casuale, ma si accumula in regioni specifiche del genoma, in particolare in quelle, denominate siti fragili, soggette a rottura nelle cellule cancerose. La localizzazione nel genoma umano di tutte le G ossidate, descritta nell’articolo scientifico, aprirà la strada alla comprensione dei meccanismi alla base delle patologie umane legate alla sovrabbondanza di radicali liberi, quali l’invecchiamento, cancro e malattie neurodegenerative.

Lo studio coordinato dai professori Majello e Amente ha utilizzato sofisticati approcci interdisciplinari di genetica molecolare, biologia cellulare, bioinformatica e chimica, che ha visto la collaborazione con l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, il Dipartimento di Chimica federiciano e l’Università del Minnesota, USA.