Da sinistra Marco Topo e Alfredo Capasso

Un settore al collasso e una ripartenza che sa di amaro. Questo in poche parole il presente e il prossimo futuro dei campi di calcetto e strutture sportive a Napoli. Un’intera categoria in ginocchio a causa del Covid ma anche e soprattutto di scarsa programmazione e di una filiera di aiuti e sostegni del tutto inconsistente. Dal prossimo 26 aprile sarà data la possibilità, ma solo nelle regioni della zona gialla, alle riapertura per gli sport di contatto e cioè calcio a cinque e calcio amatoriale. In particolare, per quanto riguarda il calcio, si tratta di un capovolgimento di approccio: fino ad ora gli sport di contatto erano stati proibiti e considerati come veicolo di rischio. I recenti studi, come dichiarato dallo stesso ministro Speranza presente, hanno invece cambiato lo schema: i pericoli all’aperto sono minimi, per uno studio irlandese sulle infezioni nel Paese un solo contagio su mille si sarebbe verificato all’aperto. Riaperture che dunque non cancellano mesi e mesi di oblio e di preoccupazione per il futuro. Un «deserto dei tartari», come dichiarato da Alfredo Capasso che ci ha accompagnato nel centro sportivo Andrea Capasso di via Limitone di Arzano (traversa privata detta Sacra), uno degli impianti più conosciuti a Secondigliano e dintorni, impianto da lui gestito. Chiusure che hanno penalizzato centinaia e centinaia di ragazzi che nello sport e nel calcio, specie in realtà difficili come quelle dell’area nord, trovano la propria dimensione.

Come ha affrontato questa situazione? Che tipo di aiuto ha ricevuto?

«Siamo chiusi ormai da un anno e non nascondo che, alla riapertura, molti nel settore non potranno riaprire. Rispetto a tanti altri mi reputo comunque fortunato visto che la struttura è mia ma posso dire che a fronte di una chiusura avvenuta da marzo 2020 a oggi, con una breve parentesi l’estate scorsa, abbiamo assistito ad un crollo delle entrare a fronte di spese fisse (energia, illuminazione, manutenzione dei campetti) che comunque abbiamo dovuto sostenere».

Nella breve parentesi di riaperture ha comunque dovuto attrezzarsi, comprare tutto l’occorrente per l’igienizzazione delle strutture e per adeguarsi alle normative. Spese che le sono rientrate?

«Macchè, oltre al danno di stare chiusi tanti mesi e di dover comunque pagare le bollette per le spese fisse abbiamo provveduto a igienizzare tutti gli impianti, adeguare gli spogliatoi, comprare igienizzanti e carta, tutte spese da noi sostenute e poi rivelatisi una beffa visto che poco dopo ci hanno richiuso. Segno di una scarsa programmazione e di un navigare a vista».

Che tipo di aiuti ha ricevuto? Secondo lei come ne esce lo sport e in particolare il settore del calcio amatoriale da questa che possiamo a ben ragione definire ‘tragedia’?

«Ho ricevuto il rimborso dei fitti registrati fino a dicembre poi da lì più nulla. Il settore ne esce a pezzi e chi doveva tutelarci ancor di più. Operiamo in realtà difficili dove avere campetti come il nostro a disposizione può essere una leva di alto impatto sociale. Le federazioni è pur vero che avevano le mani legate ma abbiamo riscontrato problemi organizzativi e di tutela. Il problema è comunque di fondo, chi di dovere non ha capito che lo sport poteva essere non un ostacolo ma anzi un aiuto soprattutto in determinati contesti».

Stesso pensiero di Marco Topo della scuola calcio ‘Cantera Secondigliano’, un altro che ha fatto dello sport una leva sociale.

Come ha organizzato il lavoro in questi mesi?

«Non è stato facile ma abbiamo aperto a intermittenza e comunque, quando abbiamo potuto farlo, i ragazzi erano contenti di potersi allenare, rispettando le distanze e tutte le regole. Farlo all’aria aperta è stato per loro importante, consideriamo che molti di loro vivono in appartamenti piccoli e stare chiusi in casa in quattro-cinque persone magari con fratelli che fanno la Dad, ha creato non pochi problemi»

Avete dunque dimostrato che ci si poteva allenare in sicurezza senza mettere a rischio la salute di nessuno.

«Si, ed è quello che abbiamo cercato di far capire, inutilmente, a chi prendeva certe decisioni. Purtroppo solo chi non è a contatto con realtà come quella di Napoli e di territori come il nostro non comprenderà mai che siamo una risorsa, una soluzione per tanti giovani e tante famiglie».

Il suo lavoro è molto apprezzato nel quartiere, non a caso lei è il creatore del cosiddetto ‘cartellino blu’, ci spiega cos’è?

«Fin dall’inizio di questa esperienza, insieme ad Alfredo, abbiamo sempre cercato di dare delle regole ai ragazzi. Abbiamo sempre evidenziato l’importanza della scuola di concerto con lo sport. E così mi sono messo in contatto con gli insegnanti e così chi non riporta risultati soddisfacenti a scuola riceve un ‘cartellino blu’. In pratica si allena insieme alla squadra ma la domenica non scende in campo. Uno sprone per migliorare a scuola e riscattarsi poi sul campo».

Esempi concreti di come in determinati contesti lo sport può essere salvezza ma anche un fattore determinante a livello sociale. Esempi di chi vuole il bene del quartiere e realizza ogni giorno il riscatto della propria realtà. Perchè lo sport, Covid o non Covid, resta il vaccino più importante contro marginalità e dimenticanza.

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