Un bilancio pesantissimo, che s’aggrava ogni giorno di più: i morti dichiarati sono oramai circa 3600, un numero superiore persino delle vittime in Cina, e i casi di contagio arrivati a 50.000. In Spagna l’emergenza Coronavirus è oramai incontrollabile, con una situazione di una drammaticità simile a quella vissuta già da settimane qui in Italia. I pronti soccorsi sono al collasso, di posti letto in terapia intensiva non ce ne sono più e i medici fanno fatica a curare tutti. Nel frattempo, ad aver contratto il Covid-2019 sono anche diversi esponenti del governo di Pedro Sanchez e persino la moglie del premier socialista mentre le forze armate spagnole auspicano addirittura l’intervento della Nato per fronteggiare la crisi. La Spagna è entrata senza apparenti via di fuga in un abisso in cui in sono risucchiati anche le migliaia di nostri connazionali che lavorano nel paese iberico. Tra questi figurano Giuseppe Iovino e Diego Pugliese, rispettivamente originari di Secondigliano e Piscinola, ed entrambi residenti a Barcellona.

La testimonianza del fotoreporter

Iovino, fotoreporter e diverse esperienze lavorative nel campo del customers e del settore turistico, dopo un lungo girovagare è tornato a stabilirsi nella capitale della Catalogna a fine febbraio, quando l’espandersi del contagio sembrava ancora lontano. E invece, «da un giorno all’altro anche una città viva come Barcellona ha assunto un aspetto spettrale, è strano vedere la strada del quartiere Gracia e della Sagrada Familia, zona in cui vivo, completamente vuote» dice Iovino che ad InterNapoli.it già raccontò i momenti concitati successivi all’attentato terroristico del 17 agosto 2017. «Già prima del blocco del Paese deciso dal governo centrale di Madrid però – aggiunge Iovino, che ha vissuto in varie città spagnole Madrid compresa – le autorità catalane avevano messo una stretta alla vita notturna all’aperto e addirittura volevano già disporre il Lockdown. Ho una testimonianza diretta in tal senso: un venerdì sera mi trovavo in un bar quando d’improvviso è arrivata la Polizia (i Mossos d’Esquadra ndr.) ordinando l’immediata chiusura del locale». Ma il blocco totale anche in Catalogna si concretizzerà soltanto dopo la decisione presa circa 10 giorni fa dal governo Sanchez di dare una stretta alle uscite e alle attività commerciali, con le direttive accettate anche in Catalogna superando così una volta tanto le contrapposizioni dovute al desiderio di indipendenza di una parte dei catalani. Per il fotoreporter originario di Secondigliano, «qui a Barcellona c’è ora maggiore consapevolezza del fenomeno, superiore forse anche alla preoccupazione. I bus sono vuoti, oggi ne ho presi 4 e all’interno non c’era nessuno. La paura esiste in tutti noi perché di punto in bianco le persone s’ammalano gravemente di Covid-19», con scene terribili dagli ospedali di Madrid e non solo. Ma c’è una cosa che accomuna in questa emergenza Italia e Spagna, secondo Iovino: «In Spagna scarseggiano i test e lo dico perché una persona di mia conoscenza ha contratto il Coronavirus ed è stato malissimo. Nonostante questo, nessuno l’ha visitato per giorni e giorni. Non so se si possa dire lo stesso qui a Barcellona ma a Madrid e altrove, per quanto raccontato, c’è una situazione simile a quella della Lombardia».

Il punto di vista dello scrittore

Ma le storie di vita sono tante e un po’ di queste aiutano a far capire la pesante realtà del momento. Dal punto d’osservazione dello scrittore Diego Pugliese, diverse pubblicazioni e un periodo lungo di lavoro a Dublino prima dell’approdo in Catalunya con la compagna, si coglie l’atmosfera spettrale anche di una delle capitali della movida come è da sempre Barcellona. Pugliese racconta un aneddoto: «Qualche giorno fa sono uscito per buttare la spazzatura e dai balconi hanno cominciato ad applaudire: per un attimo mi sono commosso, mi sembrava di essere l’eroe di un film distopico. So che non applaudivano me, era una manifestazione di unità in questa battaglia contro il Coronavirus combattuta a botta di serie tv, sbadigli da noia e fattorini mascherati che ti portano la spesa fino a casa. Anche applaudire insieme a degli sconosciuti serve a far passare i minuti». Ai tributi momentanei per condividere il dramma, sta però succedendo l’angoscia. «Anche qui i tagli alla sanità stanno mostrando chiaramente che si poteva agire in maniera diversa – dice lo scrittore – C’è preoccupazione e si prega ma questa volta più che di miracoli avrebbero bisogno di respiratori e personale. La gente ha smesso di applaudire e intorno c’è silenzio, così denso e spettrale da mettere paura da plaza de Barcelloneta ad altri posti simbolo della città Più del contagio e di quello che ti può succedere se vieni ricoverato in un ospedale stracolmo di gente che lotta fra la vita e la morte.  Nel supermercato la gente ha paura persino di sorriderti. Non sono preoccupati di toccarti o di essere troppo vicini, hanno paura di riconoscere in te la fragilità di essere umano che ci accomuna». 

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