Martedì sono state eseguite 14 misure cautelari nell’ambito dell’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari e sviluppata insieme alla Procura speciale anticorruzione e criminalità organizzata di Tirana. Il provvedimento riguarda persone ritenute coinvolte, a vario titolo, sia nel delitto del 26enne di Barletta sia in un presunto circuito di riciclaggio di denaro tra Italia e Albania. Secondo quanto emerso, uno degli indagati è stato posto agli arresti domiciliari, tre sono stati raggiunti dall’obbligo di firma mentre gli altri sono finiti in carcere. Gli investigatori stanno ricostruendo collegamenti, ruoli e responsabilità all’interno di un’organizzazione che avrebbe operato stabilmente tra le due sponde dell’Adriatico.
L’attività investigativa è stata condotta dalla Direzione investigativa antimafia di Bari e dalla Squadra mobile della Questura di Andria, con il supporto delle autorità albanesi e dell’Ufficio dell’Esperto per la Sicurezza di Tirana. Al centro dell’inchiesta ci sarebbe un gruppo organizzato con base nella capitale albanese e attivo nel trasferimento illecito di denaro contante dall’Italia all’Albania. Le indagini sono state sviluppate attraverso una Squadra investigativa comune costituita con il coordinamento di Eurojust, organismo europeo che favorisce la cooperazione giudiziaria internazionale. Gli accertamenti avrebbero permesso di collegare il presunto sistema di riciclaggio anche agli sviluppi dell’inchiesta sull’uccisione di Diviesti, avvenuta a Canosa di Puglia il 25 aprile 2025.
Fatale un debito da 300 euro
A uccidere Diviesti sono state due persone e il suo delitto arriva dopo una tentata estorsione per un debito da 500 euro, passato poi a 300 con il noleggio di un’auto a favore del principale indagato, il 41enne Igli kamberi. “Diviesti contesta il chilometraggio dell’auto noleggiata e questo atteggiamento è interpretato come un’offesa perché così il 26enne ha messo in discussione il ruolo apicale del 41enne, la sua parola. Un’offesa da lavare col sangue secondo il più arcaico linguaggio del potere mafioso“, ha spiegato l’aggiunto Giuseppe Gatti, coordinatore della Dda.


