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LA NULLITA’ UMANA
Sassi dal cavalcavia
un morto e tre feriti

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NAPOLI. Venerdì notte l’incubo dei sassi in autostrada è tornato. L’hanno vissuto sei poveracci che su due auto avevano scelto la «partenza intelligente» per andare in vacanza al Sud, ma che hanno trovato nel bel mezzo della Roma-Napoli deserta un masso di una quarantina di chili scagliato da un cavalcavia fra i caselli di Pontecorvo e Cassino. Il bilancio è pesante: un morto, tre feriti di cui uno in condizioni disperate, due contusi. A cavarsela con il minimo danno sono stati gli occupanti della macchina che si è schiantata contro il masso, una Clio su cui viaggiavano due giovani di Rignano Flaminio, vicino a Roma: Radiano D’Abruzzo e Giuseppe Martone, 23 e 22 anni, diretti a Gallipoli, in Puglia. Se la sono cavata con qualche ammaccatura, nonostante la macchina sia stata distrutta. Il peggio è venuto subito dopo, quando è arrivata una Golf con quattro persone a bordo: ha colpito i pezzi di motore che si erano staccati dalla Clio. Il conducente, Natale Gioffrè, 46 anni, nato a Messina e residente a Milano, è morto. Suo figlio Francesco, 15 anni, è grave. Feriti due amici di Gioffrè, Claudio e Clemente Schinco, foggiani emigrati molti anni fa a Torino: il primo è in fin di vita, l’altro ce la farà. Anche se ufficialmente non possono escludere altre cause dell’incidente, polizia e carabinieri hanno pochi dubbi: il masso è stato scagliato dal cavalcavia numero 439 fra Pontecorvo e Cassino, nel comune di Piedimonte San Germano.

Red






LA NULLITA’ UMANA


di Michele Serra


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CI COSTA un’enorme fatica cercare di ricostruire il percorso mentale di un giovane kamikaze, l’allucinato fanatismo “religioso” che lo porta a morire e far morire, a disporre della vita altrui come materiale di scarto. Ma scaricare un sasso di 40 chili su un’autostrada, usare persone sconosciute come birilli, e poi scappare nella notte vigliacca a rintanarsi con gli amici in qualche baretto o stanzetta dove far decantare l’adrenalina e la birra: forse è perfino più faticoso e più doloroso immaginarlo, questo mostruoso deragliamento del cervello, senza mezzo alibi, mezzo movente, mezza spiegazione. Ci sono parolette rituali – la noia, il vuoto ottundente, la stupidità che si mangia come un tumore quel poco di testa – alle quali ci si aggrappa come per dare uno straccio di senso perfino al nulla omicida.

Ma un attentato di ignoti contro ignoti, per quanto lo si giri e rigiri tra i pensieri alla ricerca di un bandolo, resta la rappresentazione secca di una nullità umana perfino più raccapricciante dell’odio terrorista. E aggravata, se possibile, dalla viltà orrenda della mano che lancia il sasso e poi si nasconde, miserabile e anonima, quasi la firma involontaria di vite miserabili e anonime, stanche ronde serali tra localini e tangenziali.

Nei casi precedenti le indagini hanno aperto uno squarcio desolante su queste giovinezze senza efferatezza, strascicate in una normalità senza presagi di male o di bene, culminata in piccole “sfide” di canaglieria notturna per fare impressione alle ragazze. Uno scenario così insulso e rassegnatamente mediocre da non parere diverso dalle tante uguali derive di ragazzi parcheggiati ai margini della vita (ma non della società), eppure capace d’uccidere nel più gratuito e pazzesco dei modi uno che passa per caso.

La sassata del cavalcavia è una orrenda parodia, alla nostra maniera cinica e sfinita, della mano di Dio, con perfetti cretini che decidono, una notte qualunque, di incarnare il destino, di dare morte, di spezzare come sanno e come possono un viaggio di nozze, una vacanza, una visita di lavoro, e diventano per altre persone, per famiglie intere, per innamorati ignari, per i milioni di noi che guardano il cruscotto illuminato e pensano ai casi loro, il sicario imprevisto, la fine impossibile da concepire. Non avendo orribili divinità carnefici da evocare, video di rivendicazione da lasciare, testamenti da scrivere, paradisi da incontrare, questi assassini per gioco accorciano orribilmente il percorso della superbia (che altrove richiede anni di sinistro studio, e sinistro zelo…), la concentrano nei pochi centimetri che separano la mano dal cervello, si nominano Dio per una notte, anzi per pochi secondi, e levano dalla Terra un innocente, così come da ragazzini si ammazzava per oziosa crudeltà una lucertola: per sentirsi potenti e liberi di esercitare una superiorità non dimostrabile altrimenti, se non con l’arbitrio e il piacere di usare violenza. Quella violenza che è sempre l’arma estrema dei mediocri e degli incapaci.

Se li prenderanno, e speriamo che li prendano presto, ci risparmino il penosissimo e inutile sforzo di interrogarci sul perché e il percome. Già li sappiamo, il perché e il percome: volersi sentire importanti o magari anche solo spiritosi essendo, nel cuore e nel cervello, degli zeri assoluti. E l’impossibilità di appendere la coscienza della propria nullità a qualche gancio ideologico o religioso, uno dei tanti ganci infetti che pure mobilitano, altrove, soldatini fanatici e devotissimi assassini. Qui niente, il pretesto non esiste, il gancio è appena la propria mano idiota e feroce, si dà morte per caso dopo essere vissuti per caso. Ci darebbe quasi sollievo sapere che uno di questi mostri da cavalcavia sia in grado di articolare anche mezza spiegazione di perché sta al mondo, e di perché ha tolto dal mondo un altro. Ma non illudiamoci. Le nostre madrasse sono i tavolini di un bar, dove si impara a fare il male senza neanche le parole per dirlo.



MICHELE SERRA – REPUBBLICA 14 agosto 2005





LA MINACCIA DEL NULLA



di Pierangelo Sapegno





Gli assassini dei giorni di festa sono tornati un giorno che eravamo tutti in viaggio nella vacanza. La banda dei sassi ha colpito di nuovo, dal cavalcavia 439 della Roma-Napoli, vicino a Cassino, ha colpito di nuovo come fece 9 anni fa e 12 anni fa, uccidendo chi va da qualche parte nel mondo, chi sta solo guardando davanti. Hanno ucciso Natale Gioffré, 46 anni, da Torino, e ferito altre 5 persone. Hanno centrato una Clio Renault con un sasso da 40 chili, e la Golf di Gioffé che stava dietro c’è finita contro. Torna l’incubo delle vacanze, come se quest’estate non ne avessimo già abbastanza, con i soldi che ci mancano e le minacce di Al Qaeda e le bombe dei terroristi. Nel 1996, era il 27 dicembre, vacanze di Natale, e la banda dei sassi uccise Maria Letizia Berdini che viaggiava accanto all’uomo della sua vita verso Parigi, su un cavalcavia vicino a Tortona. Gli assassini erano tutti dei ragazzi, che quando udivano lo schianto delle pietre sulle auto gridavano «Bingo!», come se avessero vinto un premio. Tre anni prima era la sera del 28 dicembre, ancora vacanze di Natale, e altri ragazzi avevano ucciso Monica Zanotti, a Bussolengo, Verona. Dissero: «Non volevamo ammazzare. Lo facevamo per il rumore». Un rumore da videogioco o di guerra, come quello che ascoltiamo alla tv, l’unico posto che ci avvicina tutti, quelli che vanno e quelli che restano. Il luogo è sempre lo stesso, una volta la A22, un’altra la Torino-Piacenza, stavolta la Roma-Napoli. E le vittime, per loro che gridano bingo o cercano un rumore, vengono sempre dal niente, da quel niente che è la vita quando la guardi e non la conosci. Il lancio del sasso celebra la rivincita del vuoto, come se la vacanza fosse la festa del niente, non l’emancipazione dal sudore, il riposo dopo la fatica. Questi assassini hanno lo stesso odio dei terroristi di Madrid e Londra, come se venissero da un altro mondo, come i cuori avidi e feroci dei soldati stranieri su una città vinta. Allora, 9 anni fa, la sorella di Maria Letizia disse ai giornali: «tirare sassi dai cavalcavia vuol dire che non abbiamo più niente dentro, che siamo un paese dove la gente fa le lotte per non pagare più le tasse e dentro l’anima non abbiamo più niente». Possiamo credere che tutto questo non ci appartiene, che è solo un incubo caduto dal cielo, come una meteora.



PIERANGELO SAPEGNO – LA STAMPA 14 agosto 2005

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