HomeVariePadre e figlio uccisi, dolore e rabbia ai funerali

Padre e figlio uccisi, dolore e rabbia ai funerali

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Aversa. «Assassino! Assassino! Non devi uscire più dal carcere, hai ucciso gente onesta». Il grido di accusa e rabbia delle donne della famiglia Gravino rimbomba come un frastuono sulle pareti bianche e azzurre. Nella chiesa dedicata a San Giuseppe, manovale e operaio come papà Felice Gravino e il figlio Francesco, ieri pomeriggio alle 17 si sono svolti i funerali delle due vittime della vendetta covata per quattro anni da Francesco Marino, vicino di casa e autore del duplice omicidio di mercoledì sera tra le case popolari di via Del Popolo. Bara bianca per il giovane Francesco, 27 anni, di legno scuro invece per il capofamiglia. Un fiume di persone arriva già dalle 15,30 a riempire la piccola chiesa di San Giuseppe operaio. Mille persone alla fine del rito scortano in silenzio i carri funebri. Tantissime le donne, venute a confortare Eleonora Pagliuca, chiusa nel suo duplice lutto di moglie e madre, accanto agli altri quattro membri della famiglia Gravino e alla piccola Anna, giovane fidanzata di Francesco. I fiori sul sagrato portano la firma degli amici del ragazzo, ammutoliti dalla tragedia. Il dolore non riesce a essere contenuto ed esplode in urla e strepiti, fino a quando il parroco, don Raffaele Guaglione, riesce a riportare la calma e a officiare la messa. Il giovane sacerdote non usa mezzi termini, parla dritto ai cuori dei familiari e ammonisce: «Dopo questa immane tragedia, non dovete cedere all’odio e non dovete nutrire sentimenti di vendetta: ora bisogna trovare il coraggio per perdonare», dice guardando negli occhi i parenti in prima fila. Un’omelia preceduta dal passo del Vangelo di Giovanni, in cui Gesù rivela: «Io sono la via, la verità e la vita». Dopo la sofferenza arriverà la gioia eterna, è il messaggio delle letture. Don Raffaele prende il microfono e racconta: «La sera della tragedia sono stato avvisato da alcuni fedeli e sono corso sul posto – esordisce – Ho visto una scena straziante, quei corpi a terra sono stati un incubo anche per me». Tanto che il parroco arriva ad accostare le due vittime al martirio di don Peppino Diana, il sacerdote ucciso dalla camorra a Casal di Principe il 19 marzo 1994: «Le immagini della morte di papà Felice e di Francesco – incalza – mi hanno riportato alla mente quelle dell’assassinio di don Peppe Diana; solo lì ho vissuto le stesse sensazioni e come per don Peppino, anche per i Gravino abbiamo la certezza che erano persone oneste, perbene, grandi lavoratori, che mai hanno avuto nemmeno frequentazioni con gente di malaffare». In tanti all’inizio pensavano a un regolamento di conti della criminalità, ma subito dopo è emerso il vero movente del duplice omicidio: il rancore nutrito e coltivato dal bidello Francesco Marino, il cui figlio Roberto fu ammazzato per una tragica fatalità proprio da Francesco Gravino, suo inseparabile amico. Era il 26 settembre del 2001 e i due ragazzi prestavano servizio come guardie giurate a Portoferraio, sull’isola d’Elba. Francesco stava maneggiando la pistola di Roberto, quando partì accidentalmente un colpo che centrò in pieno quest’ultimo. «Se quel padre ferito avesse aperto il suo cuore al perdono, ora non avremmo aggiunto sangue al sangue, orrore all’orrore», insiste il parroco nella sua omelia e conclude: «L’odio non servirà a riportare in vita i nostri cari, solo la capacità di comprensione e perdono può davvero onorare la memoria di Felice e Francesco».




03/09/2005
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L’INTERROGATORIO
Marino resta in carcere


yylorenzo iulianozz Aversa. Francesco Marino ieri mattina ha confermato la sua confessione nell’interrogatorio di garanzia davanti al gip del tribunale di Santa Maria Capua Vetere Paola Piccirillo. E il fermo a suo carico per il duplice omicidio dei Gravino si è così trasformato in un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal giudice. L’uomo ha raccontato la sua versione del delitto: «Non ho capito più nulla, ero fuori di me e ho sparato». La goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso del dolore sarebbe stata un abbozzo di sorriso da parte di Francesco Gravino, il 27enne freddato mentre tentava la fuga. Era lui il vero obiettivo, doveva pagare per avergli ammazzato suo figlio Roberto per sbaglio nel 2001. Il difensore di Marino, Ferdinando Trasaccco, spiega: «In quel sorriso il mio assistito ha trovato forse qualcosa di strano che ha scatenato il raptus». Il gip non ha escluso la tesi difensiva dell’impeto omicida. L’uomo ha anche rivelato dove ha trascorso le ore della fuga subito dopo il delitto: «Sono stato a casa di mio fratello a Succivo, dopo essermi fermato a pregare per mio figlio fuori al cimitero di Aversa». Marino ha anche riconsegnato lo scooter rapinato per la fuga a un ragazzo della zona. lo.iu.

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LORENZO IULIANO – il mattino caserta 3 settembre 2005

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