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Colpo ai clan: Spartacus chiude con 21 ergastoli
Il Mattino del 16 settembre 2005

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Santa Maria Capua Vetere. Una guerra durata otto anni, la conquista di un territorio – quello della provincia di Caserta – e della leadership di camorra – passata per le armi, le bombe, le stragi, gli appalti pilotati. È raccontata nella sentenza del processo Spartacus, quello alla camorra casalese, che si è concluso a mezzogiorno di ieri dopo sette anni e due mesi di dibattimento. Una sentenza durissima, che mette al muro lo stato maggiore e il gruppo di fuoco di Francesco Schiavone-Sandokan e di Francesco Bidognetti, i capi dell’organizzazione criminale: novantuno condanne (gli imputati sono 113) di cui ventuno ergastoli. Ventuno anche le assoluzioni. Le pene più pesanti hanno rigurdato Schiavone e Bidognetti, ma anche Francesco Schiavone jr (cugino e omonimo di Sandokan), Walter Schiavone, i superlatitanti Antonio Iovine e Michele Zagaria, Giuseppe Caterino, Cipriano D’Alessandro, Luigi Diana, Antonio Di Gaetano, Orlando Lucariello, Giorgio Marano, Enrico Martinelli, Sebastiano Panaro, Giuseppe Russo, Luigi Venosa, Vincenzo Zagaria, Alfredo Zara. Ventuno gli imputati assolti, tra i quali Ernesto Bardellino, fratello del boss di San Cipriano scomparso in Brasile nel maggio del 1988. Per la II Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (presidente Catello Marano, a latere Raffaello Magi), che dopo undici giorni di camera di consiglio ha sostanzialmente accolto le richieste del pm Federico Cafiero de Raho, fu Francesco Schiavone-Sandokan, d’accordo con Mario Iovine e Vincenzo De Falco (uccisi nel 1991), a deciderne l’eliminazione per subentrare al vertice del clan. E per l’omicidio di Antonio Bardellino è stato condannato il solo Schiavone. Sette anni e due mesi, dunque, per arrivare alla sentenza di primo grado. E il procuratore nazionale antimafia, Lucio Di Pietro, che partecipò alle indagini sul clan dei Casalesi, avviate dodici anni fa, e chiese gli arresti, commenta: «Sono soddisfatto ma allo stesso tempo amareggiato. È uno scandalo che il processo sia durato tanto. Continuando così i miei nipoti sapranno cosa ho fatto solo fra trent’anni».


ROSARIA CAPACCHIONE






Ore 12: il clan dei Casalesi va all’ergastolo

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di ROSARIA CAPACCHIONE



Gli imputati sono incollati alle sbarre delle gabbie, in silenzio. In aula solo il brusio degli avvocati e le immagini sfocate rinviate dai monitor collegati con gli imputati al 41 bis. I parenti sono a una decina di metri, in un’altra sala, e guardano anch’essi i monitor. E su tutto, arriva la voce del presidente Marano che legge le trenta pagine del dipositivo e l’elenco dei condannati prima, degli assolti poi. Mezzogiorno è passato da venti minuti quando si consuma l’ultimo atto di quel processo celebrato a dispetto di tutto e di tutti: delle strutture rabberciate, degli organici quasi invisibili, degli imputati che hanno fatto l’impossibile per rinviare questo giorno e, con esso, la condanna. Ci avevano provato anche a luglio, impedendo l’ingresso dei giudici in camera di consiglio con la richiesta di sospensione per legittimo sospetto. E ci avevano riprovato alla vigilia della decisione, dodici giorni fa, affidando a Francesco Schiavone jr una nuova istanza di rimessione da trasmettere alla Corte di Cassazione. Sempre gridando al complotto – dei politici comunisti, della stampa, dei giudici cattivi – e sempre sperando in un miracolo capace di cancellare i risultati di 626 udienze, una vita intera. È stato tutto inutile, e ineluttabili le condanne all’ergastolo per quei diciassette omicidi contestati, alcuni tra gli episodi più efferati della guerra di camorra e di potere che segnò la successione ad Antonio Bardellino. Per ventuno volte, ogni volta che è stato letto il nome dei capi dell’organizzazione criminale più potente della Campania, il presidente ha comunicato al popolo italiano che quegli uomini meritavano il carcere a vita. E altre settanta volte ha dato lettura degli anni che altri uomini, i gregari e i colletti bianchi, dovranno trascorrere in carcere per pagare il prezzo della loro commistione diabolica con quel potere assassino. Non è andata esattamente come aveva chiesto il pubblico ministero perché alcune assoluzioni (21) ci sono state. Ma il dispositivo della sentenza, chiarissimo nonostante lo stile burocratico, rispecchia l’andamento del lungo processo. Le motivazioni della decisione saranno note con l’anno nuovo ma qualcosa è già comprensibile. Per esempio, che la Corte ha ritenuto l’esistenza di differenti associazioni camorristiche: quella che faceva capo a Bardellino, quella organizzata nel 1988 da Iovine e Schiavone, quella formata dopo il 1991 da Schiavone e Bidognetti. E condanne e assoluzioni hanno seguito la scansione temporale dettata dalle alleanze. Poi, il ruolo del primo collaboratore di giustizia, Carmine Schiavone, condannato a 17 anni, ritenuto credibile ma solo in parte: non era un capo del clan, come diceva, ma solo un affiliato; non ha partecipato a tutte le azioni di fuoco, ma ne ha soltanto sentito parlare. Infine il caso Bardellino: una sola condanna, per Francesco Schiavone, seguita all’accertamento processuale (logico più che concreto) della morte del boss. Le tredici sono passate da un quarto d’ora quando il presidente Marano dichiara chiusa l’udienza e si avvia verso la camera di consiglio, seguito dal collega Magi e dai sei giudici popolari. Una voce che arriva dal monitor lo ferma: è quella di Francesco Schiavone-Sandokan che chiede di parlare. Il boss viene zittito, il collegamento audio sospeso e dopo pochi istanti anche quello video. Giusto il tempo di vedere il boss, che di ergastoli ne ha avuti due, alzarsi dalla sedia e continuare a parlare, chissà con chi. L’aula si svuota, i poliziotti e i carabinieri vanno via mentre l’elicottero continua a sorvolare l’aula bunker. Misure di sicurezza che non sono servite, per fortuna, ma che lasciano intuire il clima pesante che c’è attorno al processo, alla sentenza, alle condanne. E il timore che la tregua degli ultimi due mesi possa essere finita.






LE TAPPE DEL PROCESSO

«Caro giudice, ti confesso i miei delitti»




di BIAGIO SALVATI



Seicentoventisei udienze, cinque mesi dedicati alla requisitoria nei confronti di 122 imputati (diventati 113 dopo una serie di stralci per decessi), 17 omicidi contestati, 76 ergastoli chiesti nei confronti di 29 imputati, quasi cento testimoni e persone informate sui fatti, 24 pentiti (tra cui alcuni degli imputati), undici giorni di camera di consiglio e quasi cinquanta studi legali impegnati nella difesa. A distanza di quasi dieci anni dal blitz scattato nel dicembre del 1995 e a sette anni e due mesi dall’inizio del dibattimento (avviato sotto una diversa Corte di Assise poi ricusata), per l’epocale maxiprocesso alla camorra Casalese ieri è arrivato anche il giorno della sentenza. Un verdetto dai numeri impressionanti. La nascita del procedimento che ha dato la stura al blitz è datata 16 maggio 1993, quando arriva il pentimento di Carmine Schiavone. Gli arresti, 136 ordinanze di custodia cautelare, sono del 5 dicembre 1995. Un blitz che fu battezzato Spartacus e che fu preceduto da feroci polemiche tra l’allora presidente della commissione Antimafia, Luciano Violante, e il capo della Procura di Napoli, Agostino Cordova. Ci sono voluti altri due anni e mezzo, da quella notte, per trasformare gli atti in un processo. E quando finalmente la II Corte di Assise lo avviò, era il primo luglio del 1998, le gabbie erano stracolme ma il principale imputato, Francesco Schiavone, era ancora latitante. Fu arrestato l’11 luglio di sette anni fa, al termine della seconda settimana di udienze, quando già si immaginava che ci sarebbe voluto molto tempo per concludere quel maxi-processo peraltro bloccato per diversi mesi a causa di una incompatibilità dei giudici togati che furono sostituiti dopo un lungo stop. Una battuta d’arresto dovuta all’assunzione di nuovi mezzi di prova e la testimonianza di circa ottanta persone fra imputati, periti, collaboratori di giustizia, verbalizzanti, ufficiali, dirigenti di polizia ed altri apparteneti alle forze dell’ordine ma anche l’acquisizione di numerose sentenze. Tra queste, quelle mastodontiche (primo e secondo grado) emesse dalle corti di Assise di Palermo a carico di 460 imputati di mafia con le relative dichiarazioni del pentito deceduto Tommaso Buscetta sui presunti rapporti tra Cosa Nostra e Antonio Bardellino. Durante il lungo dibattimento sono scomparsi dal processo una decina di imputati fra cui Dante Passarelli (nella foto), imprenditore dello zucchero di Villa Literno (Ipam) deceduto a seguito di una caduta mortale dal terrazzo della sua abitazione. Uccisi o morti per cause naturali altri imputati: Raffaele Arrichiello, Sebastiano Caterino, Salvatore Cecoro, Antonio De Falco, Gennaro Di Chiara, Costantino Diana, Francesco Pezzella, Maurizio Russo e Valentino Pellegrino.





Ecco tutti gli imputati assolti e condannati



Ecco tutte le condanne: Antonio Abbate (4 anni); Nicola Alfiero (5 anni); Vincenzo Alfiero (5 anni); Dante Apicella (4 anni); Pasquale Apicella (30 anni); Andrea Autiero (10 anni); Ernesto Bardellino (assolto); Antonio Basco (26 anni); Augusto Bianco (9 anni); Domenico Bidognetti (10 anni); Francesco Bidognetti (ergastolo); Francesco Biondino (ergastolo); Alfonso Cacciapuoti (3 anni); Francesco Carannante (9 anni); Agostino Caterino (assolto); Giuseppe Caterino (ergastolo); Mario Caterino (ergastolo); Nicola Caterino (10 anni); Giovanni Cecoro (4 anni); Raffaele Cecoro (3 anni), Francesco Compagnone (7 anni); Andrea Conte (6 anni); Vincenzo Conte (6 anni); Antonio Coppola (4 anni); Egidio Coppola (7); Michele Coppola (assolto); Domenico Corvino (assolto); Giovanni Corvino (assolto); Mario Corvino (assolto); Romolo Corvino (9 anni); Ulderico Corvino (4 anni); Nicola Coviello (assolto); Maria Cristiano (assolta); Cipriano D’Alessandro (ergastolo); Gaetano Darione (4 anni); Corrado De Luca (30 anni); Nicola De Rosa (4 anni); Dario De Simone (19 anni); Lucio Dell’Anna (4 anni); Giovanni Della Corte (9 anni); Vincenzo Della Corte (3 anni e 6 mesi); Franco Di Bona (16 anni); Antonio Di Gaetano (9 anni); Alberto Di Tella (12 anni); Raffaele Di Tella (assolto); Antonio Diana (9 anni); Dionigi Diana (assolto); Giuseppe Diana (9 anni); Luigi Diana (ergastolo); Raffaele Diana (ergastolo); Domenico Feliciello (10 anni); Alfonso Ferraiuolo (5 anni); Sebastiano Ferraro (4 anni); Giovanni Ferriero (4 anni); Pietro Fontana (assolto); Cosimo Graniglia (assolto); Giuseppe Nazario Guerra (6 anni); Nicola Gagliardi (3 anni); Gaetano Iorio (4 anni); Antonio Iovine (ergastolo); Mario Iovine (7 anni); Benito Lanza (assolto); Domenico Letizia del ’33 (4 anni); Domenico Letizia del ’46 (4 anni); Raffaele Ligato (9 anni); Orlando Lucariello (ergastolo); Giorgio Marano (ergastolo); Enrico Martinelli (ergastolo); Francesco Mauriello (9 anni); Amedeo Mazzara (assolto); Guido Mercurio (12 anni); Giovanni Mincione (2 anni); Pasquale Morrone (12 anni); Alfonso Natale (assolto); Antonio Natale (assolto); Giuseppe Natale (6 anni); Leopoldo Natale (assolto); Giuseppe Pagano (5 anni); Sebastiano Panaro (ergastolo); Giuseppe Papa (12 anni); Raffaele Pedana (8 anni); Tommaso Petrillo (assolto); Nicola Pezzella (25 anni); Aldo Picca (7 anni); Pasquale Pirolo (assolto); Giuseppe Quadrano (7 anni); Stefano Reccia (8 anni); Giuseppe Russo (ergastolo); Bruno Salzillo (7 anni); Alfonso Schiavone del ’48 (assolto); Alfonso Schiavone del ’71 (5 anni); Antonio Schiavone (4 anni); Carmine Schiavone (14 anni); Eliseo Schiavone (5 anni); Francesco Schiavone del ’53 (ergastolo); Francesco Schiavone del ’54 (ergastolo); Mario Schiavone (6 anni); Nicola Schiavone (assolto); Pasquale Schiavone (9 anni); Saverio Paolo Schiavone (4 anni); Vincenzo Schiavone (4 anni); Walter Schiavone (ergastolo); Salvatore Sestile (3 anni); Pasquale Spierto (9 anni); Rodolfo Statuto (4 anni); Pasquale Vargas (12 anni); Luigi Venosa (ergastolo); Salvatore Venosa (6 anni); Umberto Venosa (6 anni); Michele Zagaria (ergastolo); Vincenzo Zagaria (ergastolo); Alfredo Zara (ergastolo).







Mincione, con il calcestruzzo aiutò le finanze del clan



Concorso esterno in associazione camorristica e condanna a due anni di reclusione. Si è conclusa così, in primo grado, la vicenda processuale di Giovanni Mincione, ex sindaco democristiano di Macerata Campania ed ex presidente del consorzio Cedic. Mincione figurava, insieme a qualche ex consigliere comunale di Casal di Principe e all’ex presidente della locale Usl, tra i pochissimi colletti bianchi dell’inchiesta Spartacus. Assolto al processo Regi Lagni per gli stessi reati contestatigli in Spartacus, l’imprenditore difeso dall’avvocato Giuseppe Garofalo era stato destinatario di una richiesta di otto anni di reclusione. Stesso destino giudiziario per Nicola De Rosa, Gaetano Iorio, Rodolfo Statuto.





«Ma a Casale è stata uccisa la speranza»




di LORENZO IULIANO



Dieci anni, quasi esatti. E la città si scopre invecchiata, senza slanci né rabbia. È cambiato il suo sguardo, svogliato e disincantato. In questo sbuffo di tempo, Casal di Principe ha visto la sua primavera d’impegno civile, ha visto le lenzuola bianche, la violenza dello strappo, lo stupore sui volti, i colori caldi dei murales carichi di speranza, l’istinto di andar via e la voglia di restare. Quel blitz del 5 dicembre 1995, come l’assassinio di don Peppino Diana l’anno prima, aveva tolto la cappa, non si poteva più far finta di non sapere dei comitati d’affare, dei traffici della camorra, degli omicidi di cui erano e sono capaci i clan. Sembrava un nuovo spartiacque: la camorra all’angolo e la parte sana della città a lavorarla ai fianchi. Ma la città ha smesso presto di partecipare ai cortei, alle fiaccolate che passavano sotto casa dei boss. L’ultima è del 1997, poi solo un rigurgito nel 2004, in occasione del decimo anniversario dell’omicidio di don Peppino. Più commemorazione che ripresa del movimento anticamorra. E a mantenerne le fila sono rimaste sempre le stesse persone. Anzi, qualche pezzo si è perso per strada, come Carmela Natale, che con la sorella Rosetta è stata il simbolo in rosa della voglia di riscatto. Oggi Carmela ha lasciato Casal di Principe per andare a insegnare in Lombardia e dice: «Mi sono battuta a fondo per tentare di cambiare lo stato delle cose, ma quando mi sono resa conto che quello in cui credevamo in tanti andava a toccare tasti più grandi di noi, mi sono sentita smarrita; non riconoscevo più quella spinta ideale e ho deciso di andare via». Carmela torna ogni anno giù, «ricordo che a scuola ci seguivano i bambini, ricordo il fiorire di associazioni, poi sono mancati i fatti e dunque la politica, così questa città continua ad aspettare risposte concrete». Nel frattempo è nata la speranza del consorzio Agrorinasce, le mercedes non sono più uno status symbol, sostituite dalle micro-auto, quelle che si guidano senza patente e che dilagano tra i ragazzi casalesi. Adesso però Casal di Principe non si fida più di nessuno, in una sorta di secolarizzazione civile, tanto che la criminalità non sembra più nemmeno l’emergenza numero uno, come spiega l’attuale sindaco, Francesco Goglia di Forza Italia: «Oggi i problemi della nostra città sono gli stessi della Campania; la criminalità c’è dappertutto, perché Casal di Principe deve restare un caso speciale anche dopo tanti anni? Parlare di camorra significa continuare a gettare fango sulla città. In questi anni, il risultato di tanto clamore è stato solo la denigrazione del territorio, senza obiettività e serenità di giudizio». Per il primo cittadino la città è cambiata, «anche se lentamente – precisa – e voglio citare in tal senso i nuovi contratti di quartiere, un finanziamento da undici milioni di euro concessoci dal ministero dell’Interno per riqualificare le varie zone cittadine; si tratta del più grande investimento pubblico in città». Renato Natale, ex sindaco oggi nel mondo del volontariato, ribatte: «Una classe dirigente che non si pone domande sulla violenza non fa ben sperare. Il movimento – ricorda – voleva rinnovare la società e l’economia cittadina, poi c’è stata una quasi fisiologica caduta di tensione, questo però non vuol dire che tutto sia uguale a prima». Il cambiamento più importante per la città in dieci anni? «Quello che non si vede – replica Natale – cioè la nuova presa di coscienza, la maturità civile ormai acquisita da gran parte della popolazione, che non riesce a manifestarsi per carenza di fiducia, ma cova sotto la cenere e aspetta tempi migliori».





I pentiti raccontano scandali e vendette





di BIAGIO SALVATI




Il maxiprocesso alla camorra casalese conclusosi ieri è stato battezzato sin dall’inizio Spartacus ma gli addetti ai lavori lo conoscono da anni per un numero: il 3615. È il numero del registro generale che fu attribuito all’inchiesta con circa 1300 inquisiti avviata dalla Direzione distrettuale antimafia nel 1993, cioè dalle prime dichiarazioni di Carmine Schiavone, cugino del boss Sandokan. Una inchiesta-madre che durante questi anni ha proliferato in sottoinchieste generando diversi processi quasi della stessa rilevanza: omicidi, droga, truffe allo Stato. Dalla costola di Spartacus sono nate diverse inchieste sfociate in processi con sentenze passate in giudicato o in via di conclusione. Delitti per anni rimasti irrisolti, come l’omicidio di Franco Imposimato (fratello del senatore e magistrato Ferdinando) o quello del carabiniere Salvatore Nuvoletta, ucciso a Marano nel 1982 o altri delitti che in qualche caso hanno visto il capo dei Casalesi, Sandokan, quasi sempre destinatario di assoluzioni. Archiviato nel 1989 dal giudice istruttore Cozzolino del Tribunale sammaritano, il fascicolo giudiziario sul delitto di Franco Imposimato viene riaperto dai giudici della Direzione Distrettuale Antimafia con Spartacus. Dopo un conflitto di competenza tra Napoli e Santa Maria, il processo segue il suo corso fino alla Cassazione con le condanne, tra gli altri del cassiere di Cosa Nostra Pippo Calò. Dopo quasi un anno dal blitz del 1995, arrivano anche le inchieste-figlie di Spartacus. Tra queste, Spartacus 2, Regi Lagni (conclusosi con numerose assoluzioni e attualmente in Cassazione), Aima (attualmente pendente davanti alla Corte di Appello), Italburro e diversi processi di camorra associati a reati sul traffico di rifiuti o sostanze stupefacenti, come l’inchiesta Goya, quest’ultima scattata in Spagna in concomitanza con gli arresti del maxi-blitz. Tra i destinatari delle ordinanze cautelari anche Nunzio De Falco, fermato a Valencia, e poi processato successivamente anche per un diverso delitto, ovvero l’omicidio di don Peppino Diana i cui autori sono stati condannati sulla scorta delle dichiarazioni del pentito Giuseppe Quadrano. L’operazione della Dda che impegnò centinaia di appartenenti alle forze dell’ordine (polizia, carabinieri e guardia di finanza) non si limitò agli arresti. Oltre alle ordinanze di custodia cautelare, furono emessi 131 decreti di sequestro riguardanti imprese, terreni, aziende agricole, per un valore complessivo di centinaia di miliardi. Destinatatarie dei sequestri anche due società di calcio: l’Albanova che militava nel campionato C2 e e il Casale. L’inchiesta prese in esame anche l’imposizione da parte del clan dell’affidamento di subappalti per opere pubbliche a imprese vicine all’organizzazione con la consenguente gestione di forniture di calcestruzzo e le attività di movimentazione terra. Un altro rilevante capitolo dell’inchiesta riguardò le truffe ai danni della Cee, in particolare per quanto attiene ai contributi ottenuti illecitamente nel comparto agro-alimentare.







IL MISTERO SVELATO


La caduta del feudatario Bardellino




di ROSARIA CAPACCHIONE



Si racconta che a San Cipriano, e a Casale, non si rubava e non si rapinava. Che si dormiva con le porte aperte e che le Mercedes non avevano l’antifurto. Che il lavoro bastava per tutti, o almeno per chi lo voleva e non andava troppo per il sottile. Le statistiche del ministero dell’Interno confermano: in quegli anni, nel feudo di Antonio Bardellino, anche le pistole tacevano perché il boss prometteva e garantiva, a chi era con lui, quella pace sociale necessaria a prosperare e, soprattutto, a tenere lontani gli sbirri troppo curiosi. Era oltre la cinta del paese che il clan dispiegava tutto il suo potenziale di fuoco e dimostrava la sua capacità criminale. Era oltre i confini dell’Italia (a Santo Domingo, in Brasile, in Svizzera) che Bardellino trasferiva i frutti della sua attività di camorrista e poi se stesso e la sua nuova famiglia. Tra i fondatori del cartello anticutoliano, commensale di mafiosi di alto rango, temuto e rispettato dagli altri capi della camorra campana, don Antonio aveva creduto che quel potere non dovesse mai finire. Non aveva saputo leggere i segnali che arrivavano da Casal di Principe, aveva sottovalutato lo scalpitare dei più giovani che volevano salire di grado e di prestigio, aveva lasciato fare al nipote prediletto, Paride Salzillo, che gli altri non amavano. È per questo che Antonio Bardellino, alla fine di maggio del 1988, è sparito nel nulla. Morto, ha deciso ieri la II Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere, che ha condannato Francesco Schiavone quale mandante del suo omicidio. Le poche righe del dispositivo della sentenza sono già un anticipo della motivazione. A decidere l’omicidio fu Schiavone, assieme a Mario Iovine (nella foto) e Vincenzo De Falco. Solo dopo l’esecuzione, affidata alla pistola di Iovine, Sandokan informò i suoi uomini più fedeli e ordinò l’esecuzione di Paride Salzillo e di tutti gli altri familiari. Salzillo fu ucciso davanti ai suoi occhi, strangolato e poi fatto sparire nel nulla. Gli altri parenti di Bardellino, dopo un accenno di reazione, preferirono trattare la resa, abbandonare il paese e ritirarsi in disparte. Il dispositivo non dice, ovviamente, dove è finito il corpo del boss di San Cipriano. Non potrà essere scritto neppure nella motivazione della sentenza e la leggenda della sua «non morte» è destinata a durare. Ma gli effetti di quella sparizione sono visibili ancora oggi. Abbandonata l’esca della falsa pace sociale, il clan dei Casalesi ha puntato tutto sull’arricchimento veloce di buona parte degli associati generato dagli appalti, dal monopolio delle forniture edili e di servizi, dalle estorsioni. Non ha rinunciato a sparare, tranne che in questi ultimi mesi. E neppure il blitz di dieci anni fa, gli altri che sono seguiti, i processi, le condanne, hanno modificato il percorso ritenuto vincente. Anche perché la cassaforte del clan, da Bardellino in poi, non è stata ancora trovata.





Parcheggio e centro commerciale dove fu ucciso Federico Del Prete



In un decennio cambiano anche le strade e i luoghi della ferocia della camorra. Alla fine di via Baracca, la sera del 17 febbraio del 2002, venne ucciso un ambulante, Federico Del Prete, un coraggioso sindacalista che aveva osato denunciare le estorsioni subite al mercato di Mondragone dagli esercenti ad opera della camorra e del clan La Torre in particolare. Fu freddato nel suo piccolo ufficio, sede dello Snaa, la sigla degli ambulanti. Ora la campagna che circondava la sede e che venne transennata dai carabinieri quella sera, non c’è più. L’intera zona è stata trasformata nel parcheggio asfaltato di un centro commerciale, un ipermercato con una galleria di negozi. Niente che ricordi cosa è avvenuto, nulla che racconti quella morte rimasta impunita e subito rimossa anche nei segni esteriori.




IL MATTINO ed. nazionale e CASERTA 16 settembre 2005

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