HomeVarieAllarme sicurezza: venti di guerra a Casale

Allarme sicurezza: venti di guerra a Casale

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CASAL DI PRINCIPE. L’ala stragista del clan sta aspettando. I falchi, che dal 5 dicembre del 1995 chiedono la testa di quanti hanno reso possibile il processo, vogliono la vendetta. E attendono un segnale che dia il via libera alla grande guerra, rinviata per non condizionare la sentenza. Ci sono i pentiti e i loro familiari, nel mirino. E poi gli altri, tutti gli altri che hanno dedicato gli ultimi dieci anni a combattere la camorra casalese o che hanno contribuito alla conclusione, oggi e non domani, del dibattimento. Non è stata una parata, lo schieramento dei duecento uomini – tra poliziotti e carabinieri – nel bunker del carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove giovedì mattina è stata letta la sentenza che ha condannato i Casalesi. È stata, invece, una necessità imposta da ragioni di sicurezza e dalle voci, sempre più insistenti, che vogliono vicina la nuova stagione di sangue. C’è anche quella di Luigi Diana, l’ultimo collaboratore di giustizia, tra le voci. Le sue dichiarazioni, raccolte la primavera scorsa dalla Dda di Napoli, sono state trasmesse nei giorni scorsi al comitato per l’ordine pubblico, che per questo ha deciso di rafforzare le misure di protezione a quanti potrebbero essere nell’elenco delle persone a rischio. Notizie raccolte da Diana in tempi recenti, in carcere, prima di decidersi per il pentimento. E il collaboratore, che ha pagato la sua scelta con l’omicidio dello zio e con la devastazione della sua casa, avrebbe spiegato che da anni tra i detenuti c’è malumore per le vendette programmate e mai più eseguite. La sentenza che ha chiuso la prima fase del processo Spartacus e ha condannato al carcere a vita i capi dell’organizzazione – Francesco Schiavone-Sandokan, il fratello Walter, Francesco Bidognetti, Francesco Schiavone jr, Michele Zagaria, Antonio Iovine – è destinata, necessariamente, a produrre conseguenze. Negli uffici matricola delle carceri stanno aggiornando le posizioni dei detenuti, nelle case dei condannati si stanno valutando le ripercussioni immediate della decisione della II Corte di Assise. Analisi, queste, destinate a rimanere sconosciute. Ma anche negli uffici investigativi ci si sta chiedendo in che modo cambieranno gli assetti del clan. Pur accomunati dall’ergastolo, Schiavone, Bidognetti, Zagaria e Iovine hanno differenti esigenze. Gli ultimi due, latitanti da dieci anni, quella di proseguire nelle loro attività senza dover subire l’accelerazione della pressione di carabinieri e polizia; Schiavone, che avrebbe già passato le consegne ai familiari, di continuare a controllare il clan in accordo, soprattutto, con Iovine. Zagaria, dal canto suo, può contare non soltanto sull’alleanza con Sandokan ma anche su un notevole potere autonomo conquistato in un decennio di gestione di appalti e forniture. Il più isolato appare Bidognetti, che più degli altri aveva sperato in una sentenza mite: da tempo in contrasto con gli altri, appoggiato da una agguerrita pattuglia di soldati, non ha nessuno che lo rappresenti autorevolmente al tavolo delle trattative per le spartizioni degli affari. Una situazione fluida, quindi, che potrebbe generare – e presto – anche conseguenze drammatiche.




Caccia ai boss irreperibili




Sono otto gli imputati del processo Spartacus condannati all’ergastolo e, al momento, latitanti o irreperibili. Oltre a Michele Zagaria e Antonio Iovine, ricercati da quasi dieci anni, ci sono Enrico Martinelli (evaso dagli arresti domiciliari), Raffaele Diana (non rientrato in carcere dopo un permesso autorizzato dal tribunale di Bologna), Cipriano D’Alessandro (libero per decorrenza termini), Sebastiano Panaro (scarcerato la scorsa settimana dal giudice di sorveglianza di Sulmona), Orlando Lucariello (sottoposto agli obblighi), Mario Caterino (sottoposto agli obblighi).



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I magistrati: «Processo chiuso grande risultato»



Un processo paragonabile, per importanza e complessità, solo al maxi di Palermo, quello nato dalle dichiarazioni di Tommaso Buscetta. Una sentenza che ha pari valore, e che chiude, sotto il profilo giudiziario, uno dei capitoli più bui e sanguinosi della storia criminale della provincia di Caserta. È stato un accertamento lungo e travagliato, quello che portato alla sentenza di giovedì mattina e ai 21 ergastoli comminati ai vertici del clan dei Casalesi. E la sola conclusione, al di là del risultato, è sufficiente a far tirare un sospiro di sollievo agli operatori di giustizia di Terra di Lavoro. E per questo che molti, ieri mattina in Tribunale, hanno trovato ingenerosa la critica fatta da Lucio Di Pietro, procuratore nazionale antimafia, ai tempi che sono stati necessari per arrivare alla sentenza: dieci anni a fare data dal blitz, sette anni e due mesi dall’avvio del dibattimento. Ma i lavori, in realtà, sono durati molto meno di quanto appare. Innanzi tutto, molti mesi sono andati perduti perché in un primo momento il processo era stato incardinato a Napoli, per poi essere nuovamente trasferito a Santa Maria Capua Vetere. E poi, un altro anni è sfumato per via della ricusazione del presidente Alberto Pacelli e del suo giudice a latere Elena Giordano. A Carlo Alemi, presidente del palazzo di giustizia, la polemica sollevata da Di Pietro proprio non va giù. E replica: «Quello appena chiuso è il processo più complesso celebrato negli ultimo 15 anni nei tribunali italiani. Essere riusciti a concludere, nonostate le difficoltà, è un grande successo, successo che non è dato da numero degli ergastoli inflitti ma proprio dalla lettura del dispositivo». Poi aggiunge: «Non possiamo dimenticare il grande lavoro svolto in aula durante le 626 udienze, con il corposo incremento dell’impianto accusatorio con l’istruttoria dibattimentale suppletiva. E non possiamo continuare a fare finta di ignorare che il nuovo codice di procedura penale, che ormai ha 16 anni, non consente di chiudere i maxiprocessi in tempi rapidi. Ci vogliono mesi e mesi per acquisire le prove in dibattimento, per chiarire i singoli episodi, per ascoltare le deposizioni di testimoni e collaboratori di giustizia». Quanto alla proposta di istituzione dei tribunali distrettuali, Alemi aggiunge: «Il collegio che ha trattato Spartacus in questi anni ha trattato solo questo processo, con due o tre udienze a settimana e con la gestione dei beni sequestrati. Un lavoro delicato e importante. E nel frattempo, le altre sezioni del Tribunale chiudevano numerosi altri procedimenti collegati. Sono davvero soddisfatto».





ROSARIA CAPACCHIONE – IL MATTINO CASERTA 17 SETTEMBRE 2005

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