INTERNAPOLI. Il ventitre settembre di vent’anni fa moriva, ucciso dal fuoco di alcuni killer di camorra, Giancarlo Siani. Un cronista giovane e precario, uno dei tanti corrispondenti dalla provincia del quotidiano Il Mattino. Quella sera tornava a casa dopo una mattinata in giro a cercare notizie e un pomeriggio appoggiato, abusivamente, alla scrivania di una redazione periferica del giornale. Sotto il suo palazzo lo aspettavano tre killer. Si scoprirà dopo che appartenevano al clan Nuvoletta di Marano ed erano stati mandati dal boss in persona a regolare i conti con quel ragazzo che aveva commesso un errore. L’errore di scrivere cose che non era il caso di dire in giro. Fu punito con la morte non tanto per aver rivelato chissà quale segreto o aver confezionato chissà quale scoop. Fu ucciso per dare un esempio, come sempre succede sui territori dove vige la legge del più forte.
E dove il più forte ne punisce uno per educarne cento.
Sono passati vent’anni, sono pronte le commemorazioni di rito. A Napoli, dove Giancarlo viveva e lavorava e dove ha trovato la morte; a Marano dove la missione omicida fu elaborata e dove le amministrazioni di questi anni hanno dedicato a Siani scuole e strade.
La ritualità della commemorazione andrà in scena classica e composta: ricordi commossi, lapidi, discorsi di circostanza. In molti si batteranno in petto e declameranno i loro discorsi anticamorra. In molti si commuoveranno. Intanto, però, tutt’intorno pulsa il cuore di un territorio che dai fenomeni criminali non riesce ad affrancarsi. Sono passati vent’anni ma comandano ancora loro. Il settimanale l’Espresso, due volte consecutive, prima con Giorgio Bocca poi con Leo Sisti, ha messo il dito nella piaga: a Napoli e provincia comanda il malaffare, il degrado sociale è a livelli allarmante, i comitati d’onore sono tornati, sono infiltrati nella politica, controllano i territori, l’economia, il tessuto e l’anima di questi luoghi. Una verità che sentiamo tutti sulla pelle, nel nostro quotidiano. La sentiamo camminando per strada, facendo il nostro lavoro, provando faticosamente a resistere e venendo continuamente sopraffatti anche laddove non avresti mai creduto. La verità è quella che scrive l’Espresso. Ma non si può dire. La parola d’ordine nei salotti buoni della politica è minimizzare: “la città è cambiata, ci sono anche le persone oneste, bisogna avere speranza”. Così hanno gridato indignati Rosa Russo Jervolino e Antonio Bassolino.
Negli anni Ottanta, le stesse cose le dicevano Pomicino e Gava.
Ma la verità è sotto gli occhi di tutti. La grande stagione della speranza, quella del dopo tangentopoli, quella che si è aperta nel ’93 con l’elezione diretta di molti sindaci che si vestirono da alfieri del rinnovamento; quella stagione si è chiusa. Sono almeno due anni che si è chiusa. La spinta si è esaurita, i politici battaglieri che negli anni Novanta si muovevano sulle ali del riscatto sociale si sono allineati alle regole del potere, cercano di sistemarsi nei luoghi giusti, si tappano abilmente il naso e veleggiano nei mari melmosi del clientelismo, dell’opportunismo. I comitati d’affari, quei banchetti dove la camorra incrocia l’impresa (dalle nostre parti, spesso impegnata nell’edilizia), hanno di nuovo i loro colletti bianchi: politici che si infiltrano nelle istituzioni e che dirottano sulla camorra soldi, affari, potere. Politici abili e spregiudicati che aprono tutte le porte, vanno sotto il braccio di chiunque. E nessuno se ne vergogna. Se qualcuno osa parlare, viene “massacrato”. Non con le pistole. Non ancora. Con le “armi” della politica: messo in un angolo. Isolato.
Punirne uno per educarne cento.
E se dal gradino alto dei gruppi dirigenti inquinati e compromessi si scende su quello più basso dei territori, si incrociano di nuovo le sentinelle della camorra, gli spacciatori indisturbati, i bulli di quartieri e una violenza indicibile perfino nella circolazione stradale. Con una gazzella dei carabinieri che ogni tanto, pigramente, gira. E il coprifuoco che alle nove di sera, immancabilmente, scende sui più timorosi.
Su tutto, poi, la gente. I cattivi sono pochi, si sente dire. Già, è vero. I camorristi non sono tanti. Purtroppo però sono pochi anche i buoni, quelli che lottano e che tengono alta la bandiera dell’intransigenza. Il problema è quella fascia di mezzo: quelle migliaia e migliaia di persone che nel loro quotidiano, nel loro lavoro, nella loro vita, si sono assuefatti e sono sostanzialmente complici, anche se non vogliono sentirlo. I commercialisti che fanno finta di non sapere che il loro cliente è un prestanome della camorra; i politici che fanno finta di non sapere che il loro alleato è un prestanome della camorra; i preti che fanno finta di non sapere che chi gli ha ristrutturato la chiesa gratis come opera di fede è una ditta di camorra; i poliziotti che passano ad un incrocio e vanno dritto perché non vogliono rogne. La moltitudine silenziosa, a tratti indifferente, a tratti addirittura sottilmente ammirata dalla capacità di farsi furbi senza essere scoperti. La moltitudine silenziosa che i più dicono spaventata. Ma che chi ci vive accanto sa che non è più così. Qui non si minaccia più nessuno. La paura non esiste; esiste una palude dove non ci sono più gli ideali. E dove ognuno, per suo conto, nel suo piccolo, è compromesso. Anche quelli che il 23 settembre, scoprendo una lapide, ricorderanno Giancarlo e si commuoveranno.
Ucciderne uno per ucciderci tutti.
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