HomeVarieUN GIORNALISMO «DOC» IN NOME DI GIANCARLOVent'anni dall'omicidio Siani. La professione oggi

UN GIORNALISMO «DOC» IN NOME DI GIANCARLO
Vent’anni dall’omicidio Siani. La professione oggi

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INTERNAPOLI. Caro amici e colleghi di Internapoli, il ventesimo anniversario dell¹omicidio di Giancarlo Siani, a mio avviso, rappresenta un¹occasione propizia per fare il punto su luci ed ombre che, da anni, accompagnano-quotidianamente-la nostra professione. «Non dite a mia madre che faccio il giornalista. Lei crede che io suono il piano in un bordello». Si può parafrasare a nostro comodo una vecchia battuta del pubblicitario Jacques Séguela per provare a ragionare, con ironica amarezza, sulla condizione del giornalismo in un momento di difficoltà, di «cattiva stampa» nel rapporto tra la politica, l¹opinione pubblica e l¹informazione. Rapporto sempre controverso, naturalmente. Ma oggi, forse, particolarmente spinoso.

Non credo di dover rivendicare il principio di infallibilità dei giornalisti né pretendere che i loro articoli siano di per se stessi considerati al di sopra delle regole, delle leggi, del buonsenso.

Come giornalista, come rappresentante dell¹Ordine della Campania e come docente di Laboratorio di Giornalismo all¹Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, avverto la necessità di oppormi al luogo comune, sempre consistente di questi tempi, secondo il quale la stampa è nelle mani di una grande associazione per delinquere, insensibile ai dolori e ai bisogni, lontana dai problemi veri della società, impegnata soltanto a raccogliere il futile, il marginale, l’inutile, il dannoso.

In questo senso sono più generose le barzellette che denunciano come gli errori dei giornalisti si stampino in prima pagina per aggiungere però che gli sbagli di giudici e avvocati finiscono in carcere, mentre quelli dei medici vanno direttamente al cimitero. Sembrerebbe che i comici siano più rispettosi di tante paludate valutazioni.
La categoria dei giornalisti sta vivendo un periodo di acuto disagio e, in qualche passaggio, deve scontrarsi con i contorni di una vera e propria crisi. Le valutazioni che li riguardano non sono mai uguali e nemmeno omogenee: quello che oggi è considerato un apprezzabile esempio di giornalismo investigativo, il giorno dopo corre il rischio di essere bollato come un episodio risibile di sciacallaggio..

Il problema della deontologia è serio per ogni categoria ma è fondamentale per i giornalisti che sono veicoli di messaggi destinati ad amplificarsi e a fare opinioni. Deve crescere la consapevolezza che questo non è un mestiere qualunque e che, probabilmente, non è alla portata di tutti. L’impegno di ricerca non può finire mai, la voglia di approfondire deve stare nel Dna della professione, il rispetto per il cittadino e per i suoi diritti è un elemento costruttivo di una informazione seria.
Nonostante le tante carte e i tanti codici resta ancora parecchia strada da percorrere e tuttavia occorrerà ricordare che quella è la strada con i suoi percorsi e suoi tempi. Non ci sono scorciatoie. Il tentativo di imboccare quelle scorciatoie, ci ha già fatto perdere troppo tempo.

In una società progredita il giornalismo deve essere una istituzione autonoma e indipendente. Quarto potere è troppo? E’ comunque indispensabile che abbia funzioni specifiche. Regole interne di comportamento e una sua etica. Al pari di magistrati, medici, ufficiali di esercito o rappresentati di qualche clero. E infatti gli americani, sapendo di appartenere all’istituzione giornalistica ritengono che il loro dovere sia diffondere notizie obbiettive, ottenute secondo gli schemi propri della professione senza preoccuparsi di quali possono essere le conseguenze.
Perché no, in Italia? Perché qui si vorrebbe una stampa subordinata alle altre istituzioni, con giornalisti più simili ai segretari che ai professionisti, sempre preoccupati di non danneggiare i referenti, con la propensione spiccata all’autocensura per evitare troppo fastidiosi. Un’informazione orrenda, certo, piace così e piacerebbe loro ancor più così.
Leggi e leggine sembrerebbero costruite apposta per ridurre lo spazio di azione dei cronisti,per intimidirli, chiuderli nell’angolo, impedirgli di lavorare. Negano al giornalista la capacità di comprendere quale sia il peso e il valore della notizia e lo vorrebbero obbligare a contare le righe e i secondi televisivi per assicurare a tutti il diritto di parola.Come se la stampa, per abitudine, avesse negato voce a chi aveva qualche cosa da dire, e senza rendersi conto che la parità di condizioni, specialmente per le emittenti televisive, si è tradotta nell’impossibilità di fare informazione, e, quindi informazione negata. Chi ha mai pubblicato, in anni di mestiere, la cartella clinica delle persone di cui si occupava se questi particolari non erano la ragione dell’articolo? Chi ha mai intervistato persone per svelarne subdolamente le preferenze religiose, i gusti sessuali, le inclinazioni politiche e il conto in banca come informazioni fini a se stesse? Eppure c’è una autorità costituita apposta per verificare se i giornalisti sanno fare il loro mestiere Ai politici piacerebbero articoli più compiacenti e non si rendono conto che non ne ricaverebbero grandi vantaggi, in tempi brevi. Forse se si decidesse di stare nel recinto e non disturbare il manovratore, la mancanza di critiche porterebbe qualche vantaggio. Ma in tempi appena più lunghi il Palazzo si ritroverebbe più solo, con la sua burbanza e le sue incomprensioni, sempre più lontano, sempre meno votato.
Non è tutto. I giudici hanno riscoperto il segreto istruttorio e con determinazione perseguono l’intraprendenza che, solo pochi mesi prima lodavano. Il giornalista deve cercare le notizie: è il magistrato semmai che le deve custodire. E se davvero accettassimo di collaborare alla blindatura delle Procure la giustizia diventerebbe per questo più seria, più rapida, più motivata, più comprensibile. O correrebbe il rischio di farsi più superba, neghittosa, dispettosa. Le leggi che pretenderebbero di codificare l’informazione sono dannose: addirittura pericolose quelle repressive che minacciano trenta giorni di carcere e multe milionarie a chi pubblica particolari così nebulosamente coperti da un segreto istruttorio del quale non si comprende né l’inizio né la fine tanto da apparire pretestuoso. Le leggi buone sono quelle che rafforzano l’indipendenza, l’autonomia, l’autoregolamentazione della categoria in modo che, davvero i giornali siano affidati ai giornalisti. Ce ne sono alcune che da anni giacciono in Parlamento. Esempio? La riforma dell’accesso alla professione in modo che il giornalista sia formato all’università o in una scuola superiore evitando il clientelismo e le accuse di clientelismo al momento delle assunzioni. Una legge sull’obbligo di richiedere la rettifica e quello di pubblicarla eliminando altri contenziosi giudiziari. Una legge che stabilisca che chi si occupa di uffici stampa è giornalista. Una legge che prevede un albo degli editori perché troppo di frequente abbiamo assistito alla nascita e alla scomparsa di società che hanno pubblicato qualcosa per qualche tempo e poi si sono volatilizzate senza saldare prima il conto con chi aveva lavorato per loro. Un dibattito serio, sull’argomento, a Napoli ed in Campania, finora non è stato mai avviato. Nemmeno ventenni dopo il vile omicidio di un giovane cronista dal volto pulito, Giancarlo Siani. Chissà perché.

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