L’ombra lunga dell’omertà piomba ancora sul delitto Cimminiello. «Non so, non ricordo». Il pubblico ministero apre il fascicolo, rispolvera il verbale delle prime deposizioni rese ai carabinieri dopo il delitto e gli schiarisce i pensieri.
I testimoni restano di sasso. Solo per un istante.Poi ritrovano la parola, ma non lamemoria: «Sono passati molti anni da quel giorno», tagliano subito corto. Si rimette in moto il processo che vede al banco degli imputati il boss Arcangelo Abete e il ras Raffaele Aprea. I due ex scissionisti devono infatti rispondere, in qualità di mandante e coesecutore,dell’omicidio di Gianluca Cimminiello, il 31enne tatuatore ucciso il 2 febbraio 2010 a Casavatore per un maledetto diverbio con un concorrente. La fase dibattimentale che si sta svolgendo innanzi alla Quinta sezione della Corte d’assise di Napoli rischia però di dover i conti con le nuove oscillazioni inferte all’accusa sostenuta dal pm della Dda Gloria Sanseverino. Due delle tre audizioni dei testi che ieri mattina hanno sfilato in aula si sono infatti tradotte in una raffica di lacune e incertezze. Il primo a essere interrogato è stato Giuliano Esposito, collega del giovane di Capodichino: «Conoscevo Gianluca da tre anni e mezzo, mi aveva parlato della discussione con Donniacuo e mi disse di essere preoccupato. Due giorni prima, in piena notte, mi venne a prendere. Siamo andati a Secondigliano, doveva parlare con un suo amico, un certo Salvatore. Una volta arrivati sul posto, io sono però rimasto in macchina. Non ho visto né sentito nulla».
Poi è il turno di Francesco Potenza, commerciante il cui negozio si trovava a pochi metri dal laboratorio di Cimminiello: «Avevo parlato con lui fino a dieci minuti prima, poi ho sentito tre colpi di pistola esplosi in rapida successione, mi sono affacciato e chi aveva sparato era già andato via».
La carica emotiva dell’udienza cambia drasticamente registro quando si passa all’esame di Gabriele Palumbo, all’epoca apprendista del tatuatore: «Quel pomeriggio entrò in negozio un uomo di alta statura, con bomber e cappellino (Vincenzo Russo, a giudizio in altro processo, ndr).Chiese informazioni per un tatuaggio orientale e Gianluca lo accompagnò a vedere la vetrina. Dopo pochi secondi ho sentito i tre spari. Gianluca è rientrato, ha fatto alcuni passi dentro lo studio e si accasciato a terra». La voce del giovane teste si spezza all’improvviso, i suoi occhi contengono a fatica le lacrime. In aula, ieri mattina, è stato ascoltato anche il medico legale che ha eseguito l’esame autoptico sul corpo del tatuatore. Il professore, incalzato dalle domande dei difensori Mario Fortunato e Claudio Davino, ha ribadito l’impossibilità di stabilire se Cimminiello sia stato «colpito prima alla coscia o alla spalla». In ogni caso il diametro d’entrata e l’inclinazione del foro «fanno pensare che la vittima si trovasse molto più in basso rispetto a chi ha fatto fuoco».Forse a terra. Il medico spazza via ogni dubbio stabilendo che comunque «il colpo era diretto al tronco toracico». L’azione del killer sarebbe stata dunque volontaria: «L’uomo è morto, l’obiettivo di chi ha sparato è stato raggiunto», sbotta il presidente della Corte Alfonso Barbarano stoppandogli interventi delle difese.
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