HomeVarieCALABRIA, DALLA PARTE DI CHI RESISTE

CALABRIA, DALLA PARTE DI CHI RESISTE

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di PAOLO GRALDI




Sarà pure brutale dirlo così: ci voleva il morto, il sacrificio di un uomo delle istituzioni, perché lo scandalo della mafia calabrese tornasse nelle analisi e negli impegni dello Stato. Solennemente. Del resto è avvenuto lo stesso per fatti di camorra inauditi a Napoli e per le stragi dei magistrati e dei poliziotti a Palermo. È amaro doverlo ammettere perché suona come un viziaccio tutto italiano, ma niente più del sangue versato di un innocente richiama tutti a un sussulto di voglia di riscatto. Ci ribelliamo all’idea dell’estrema sopraffazione e vogliamo liberarcene. L’uccisione di Francesco Fortugno, zampata di assoluta arroganza, riporta il Paese dinanzi alla gravità della piaga mafiosa. Lo dice senza giri di parole Giuseppe Pisanu, ministro dell’Interno. La ’ndrangheta è un potere, «un fenomeno criminale e una forza eversiva». La più potente, ramificata e strutturata del mondo.Sono calabresi registi e grossisti del traffico planetario delle droghe. Comandano sui «cartelli» sudamericani della cocaina, impongono le loro leggi ai produttori asiatici dell’eroina, dirigono i traffici dai produttori ai consumatori. Migliaia di miliardi di dollari manovrati da una regione maglia nera in tutti gli indicatori economici e sociali. Pisanu è uomo di poche parole ed è uomo di parola. Ha accanto personalità come quella di Gianni de Gennaro, Antonio Manganelli, Nicola Cavaliere. Poliziotti d’alto rango, strateghi dell’anticrimine. E promette risposte «dure e proporzionate» di «carattere risolutivo». Ci contiamo. Sì, perché se è vero che in Campania, Calabria, Sicilia la reazione deve venire dalla gente, da un moto squassante di ribellione, è altrettanto vero che lo Stato deve farsi perdonare – e dunque mettere in campo soluzioni di assoluta e tangibile concretezza – assenze, distrazioni e perfino inammissibili debolezze. I cittadini di queste terre – queste nostre terre – che avvertono stringersi il cappio del ricatto estorsivo, dell’usura implacabile, la odiosa minaccia alla propria sicurezza pagata con una sordida assicurazione chiamata «pizzo», quei cittadini onesti se cercano lo Stato e con lui protezione e giustizia lo trovano vicino, attento, forte e temuto o si smarriscono in una ricerca senza fine? E alla fine delusa, quasi irrisa. Se dunque è vero, scandalosamente palpabile il potere mafioso nelle sue diverse forme è giusto e urgente domandarsi se la risposta in termini di prevenzione e di contrasto è altrettanto severa ed efficace. No, non lo è. Non lo è stata e non lo è ancora. Quando un fenomeno è di tale portata e intensità, quando la rete dell’illegalità è spaventosa nelle sue ramificazioni e negli intrecci, quando un fenomeno si pone come una mannaia dello Stato di diritto e persiste, resiste, mantiene e allarga le sue radici e si nutre del crimine diffuso non bastano più la soggezione avvilita della gente perbene o la omertà di chi trova conveniente non vedere, non sapere, non parlare, non bastano queste evidenze per ricavarne qualche consolazione. La risposta dello Stato, di tutto lo Stato è evidente: per quanto pregnante e visibile, forte dell’abnegazione di tanti poliziotti, carabinieri, finanzieri e magistrati non basta. Se, dunque, la situazione è d’emergenza, eccezionale di uguale, anzi superiore portata dev’essere il contrasto. Si parla di mobilitare l’esercito. E subito ci si esercita in discussioni e polemiche. L’operazione «Vespri siciliani», conferendo ai reparti specializzati compiti di sorveglianza a presìdi rilevanti diede i suoi frutti. L’azione intensa dell’Intelligence, il Sisde, il Sismi all’occorrenza, hanno fornito contributi di analisi e operativi di primissima qualità. Altre strutture come lo Sco, hanno agito con risultati significativi. La magistratura dovrà fare i conti con sé stessa, chiedere quadri giovani, intelligenti, disposti al sacrificio di un lavoro oscuro e rischioso. E gli altri, tutti gli altri, insomma noi, dovremo scegliere per bandiera quei lenzuoli bianchi che sono riapparsi per dirci che la speranza non è morta e la rassegnazione non è vinta.



Paolo Graldi – Il Mattino 21 ottobre 2005

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