HomeVarieLA REGOLA DEL CONDIZIONAMENTOPolitica e camorra

LA REGOLA DEL CONDIZIONAMENTO
Politica e camorra

PUBBLICITÀ


INTERNAPOLI. Con lo scioglimento di cinque consigli comunali (e una Asl) torna di attualità il tema del commissariamento per camorra degli enti locali. Il centrodestra difende i provvedimenti e si proclama anticamorra, il centrosinistra si lamenta e grida al complotto. Il solito gioco delle parti. Intanto salta agli occhi l’incredibile frequenza con cui si ricorre a provvedimenti che, per loro natura, dovrebbero essere straordinari. Ormai, al ritmo di quattro, cinque l’anno, i sindaci vengono sostituiti da commissari prefettizi che, azzerando la volontà popolare, si insediano ai posti di comando. Ma quali sono le ragioni di provvedimenti così drastici? La legge affida al Ministro dell’Interno, d’intesa coi prefetti, il compito di intervenire d’autorità sugli enti locali quando nel funzionamento di questi sia ravvisata una sistematica collusione o una significativa infiltrazione della criminalità organizzata o più genericamente una forma di condizionamento delle organizzazioni criminali sulle scelte amministrative. Si capisce con facilità che la collusione, l’infiltrazione e il condizionamento sono categorie molto dissimili tra loro. La collusione suppone un vero e proprio patto tra gli amministratori e la criminalità organizzata; l’infiltrazione richiama la presenza nell’apparato (politici o burocrati) di elementi che rappresentano gli interessi della criminalità; il condizionamento, come si può ben capire, è una categoria ben più sfumata. E’ del tutto evidente che se ci sono elementi che fanno sorgere il sospetto di una collusione o di una infiltrazione della criminalità organizzata nell’ente locale, lo scioglimento è sacrosanto e benvenuto perché serve a recidere un legame spurio tra la legge e la criminalità, serve ad azzerare la politica, a fermare il sistema di potere, a rimettere tutto in gioco.


Il fatto che, però, lascia interdetti è che negli scioglimenti operati fino ad oggi si è fatto ricorso spesso alla categoria del condizionamento e raramente sono stati portati elementi sufficienti per denunciare collusioni o infiltrazioni. A riprova c’è il fatto che quasi mai, da questi scioglimenti, sono derivate inchieste penali a carico degli amministratori.
Sul condizionamento, se ci fosse onestà intellettuale, bisognerebbe fare un discorso serio. La criminalità organizzata, dalle nostre parti, è una sorta di blob malefico: cresce e invade ogni spazio. Si fa impresa, si fa presenza, si fa sentinella. La camorra, sui nostri territori, costruisce le case in cui abitiamo, fabbrica le brioche con cui facciamo colazione, imbottiglia i vini con cui pasteggiamo. La camorra si mimetizza, ricicla i denari in attività lecite, mette mille maschere, unisce e confonde tutti i livelli della società civile: ha legami con avvocati e commercialisti, condiziona con le buone o le cattive negozianti e professionisti, automobilisti e giornalisti. Perfino nelle chiese ci sono banchi con la targhetta di suffragio del capocamorra. Il condizionamento della criminalità sui nostri territori è un fatto che tocchiamo con mano: tutto è sub conditione. La presenza si sente sulla pelle, si avverte addosso: quella criminale è una entità invasiva e pervasiva. Chi può dirsi immune da un condizionamento? E perché mai un ente locale, in tutti i suoi ingranaggi, dovrebbe non essere condizionato da una organizzazione che invade tutti gli spazi, quelli economici e quelli sociali, quelli d’impresa e quelli civili? Che la criminalità organizzata condizioni la vita civile di questi territori è addirittura una banalità. Il problema non è rilevarlo, il problema è fare in modo che la morsa di questo condizionamento si allenti, è ricostruire i rapporti di forza, è sottrarre il controllo del territorio, è ridare fiducia alla gente. Invece il governo preferisce un’altra strada: rileva un condizionamento ambientale in un ente e lo scioglie. Insedia tre commissari prefettizi per due anni e pensa di aver risolto il problema. Ritiene che con i commissari prefettizi si possa spezzare quella catena di omertà e paura che spesso pervade le amministrazioni condizionate. Probabilmente è vero. I commissari possono muoversi con più determinazione. Ma a questo punto viene un dubbio: perché l’ammistrazione di Casoria viene sciolta e quella – tanto per dire – di Casalnuovo no? Perché Afragola sì e Casavatore no? Perché Marano e non Qualiano? Perché Tufino e non Calvizzano? Se c’è condizionamento, questo è un dato ambientale. E l’ambiente non finisce ai confini di un comune. Se si ritiene che su questi territori, a causa di una criminalità invasiva e condizionante, non si possa garantire un governo democratico agli enti locali allora si abbia il coraggio di scioglierli tutti i comuni. Invece, secondo un criterio che francamente non si capisce, il prefetto e il Ministro, di tanto in tanto, tirano fuori dal mazzo un Comune, vi insediano una commissione di indagine e poi lo sciolgono. E gli altri? Tutti immacolati? Il dubbio che lo scioglimento sia usato come strumento di lotta politica per mandare a casa le amministrazione di colore diverso rispetto al governo, si solleva legittimo. Ed è un dubbio inquietante perché ottiene l’effetto esattamente contrario: lo scioglimento dovrebbe ridare forza alla legalità e invece rafforza lo scetticismo, la sfiducia, l’incapacità di capire dov’è per davvero il buono e dov’è il cattivo.

E nella confusione, la camorra brinda.

PUBBLICITÀ
PUBBLICITÀ