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UNO STRAORDINARIO UOMO COMUNE
Marano, in ricordo di Enzo Testa. La testimonianza

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MARANO. Se è vero che la storia la fanno gli uomini, allora un pezzo della nostra storia, della storia delle conquiste sociali che Marano ha conosciuto negli ultimi anni, è anche nelle sue mani, in quelle timide di Enzo Testa.
Gli elogi funebri sono abbastanza disgustosi: dopo la morte sembra quasi che un’aura salvifica trasformi la memoria in bontà. Io non ho mai smesso di detestare chi detestavo; nemmeno dopo la morte.
Allo stesso modo non smetto di ammirare chi ammiravo.

Enzo Testa è morto all’improvviso, giovanissimo, con un curioso e subdolo infarto.

Era una persona comune, nessun pedigree illustre. Probabilmente qualcuno si chiederà perché ricordarlo qui, su un giornale telematico, in un luogo pubblico.

Perché?

Perché la sua morte non è solo un fatto privato. Lui, a suo modo, era un uomo pubblico, di servizio.
Perché la storia la fanno gli uomini. E lui apparteneva a quella categoria di uomini che fanno la storia delle cose migliori. Forte con i forti, debole con i deboli. L’umanità.

Enzo era un prezioso collaboratore dei servizi sociali di Marano; un anello importante di quella catena professionale che ho avuto l’onore di coordinare, da assessore, per quasi sei anni. Enzo collaborava con un centro di assistenza fiscale che aveva uno sportello al Comune e da un po’ guidava un pulmino che trasportava i disabili ai centri di riabilitazione.

Era una persona semplice, onesta. Quindi rivoluzionaria in una città come Marano. Quindi eccezionale.

Aveva mille problemi ma non aveva mai chiesto niente. Si metteva al servizio. Semplicemente. Portava sulle spalle il peso di una famiglia numerosa (tre figli), aveva sulla pelle dolori forti e privati e personali e veri che lo tenevano teso. Ma, che io mi ricordi, non si è mai lamentato e non ha mai smesso di salutare con un sorriso a chi gli chiedeva qualcosa. Chiedevano a lui. E lui non chiedeva niente. Apriva le sue porte alle richieste degli altri senza alcuna supponenza. Poveri, disperati, analfabeti: Enzo si sedeva e dava una indicazione a tutti. Sarà per questo che da lui c’era sempre la fila.

Aveva negli occhi la mitezza di chi era in pace con la sua coscienza. Mi ci sono specchiato spesso e ho pensato a quanto differenti fossero i suoi occhi da quelli, inquinati e feroci, di altri che pure negli ultimi anni ho, purtroppo, incrociato spesso.

Mi ha aiutato molto, Enzo, in tanti momenti. Soprattutto negli ultimi. Probabilmente qualche volta non si è neppure accorto di essermi stato d’aiuto.

Ecco perché mi sento in debito con lui.

In genere, giornali e opinionisti, grandi e piccoli, si scomodano per i nomi illustri, quelli che, dall’altisonanza del loro podio, presumono di essere “importanti”. Io ho voluto chiedere, invece, al direttore di questa testata un po’ di spazio “personale” per ricordare, pubblicamente, un uomo “minore”, uno di quelli che dalla frontiera del lavoro e dell’umiltà, ha dato lezioni di stile a molti.
Sicuramente a me.

E ricordarlo qui, pubblicamente, rende meno faticoso il senso di colpa di non averlo salutato prima che andasse.

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