MELITO. “La verità è nel fondo di un pozzo: lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna;ma se si butta giù non c’è più né sole né luna, c’è la verità…”. Sono queste le parole che Leonardo Sciascia nel suo “Il giorno della civetta” sottolinea a chiare lettere in un enigmatico colloquio tra un anziano siciliano e il capitano Bellodi, il “continentale” capitano della Benemerita, un emiliano colto e sensibile, in servizio in Sicilia, che si deve confrontare con la complessa realtà di un’isola dalla storia millenaria e quantomeno misteriosa.
La verità, diceva lo scrittore di Racalmuto, è in fondo al pozzo. E in fondo al pozzo di Melito, paesone di quarantamila e passa anime c’è una sola,amara, verità: quella della dittatura delle parole inconcludenti, della demagogia elevata a stile di vita. In mezzo, c’è una città allo sbando, relegata, suo malgrado, ad un marginalissimo ruolo di periferia della periferia.
Per anni, i pescecani della malapolitica,hanno fatto finta di niente mentre la città, metro dopo metro, veniva venduta, a prezzi da saldi, ai ras della politica di Palazzo San Giacomo a Napoli. Meglio assecondare Sua Maestà Don Antonio (Bassolino) da Afragola con i suoi sfollati di Mianella e Ponticelli che mettere mano ad una seria politica di assetto del territorio e, perché no, della stessa qualità della vita. Meglio assecondare, anche i ras del mattone selvaggio e dei palazzoni spuntati come funghi nei vecchi meleti. Meglio assecondare, anche, (e putroppo) i “desiderata” dei clan camorristici di Secondigliano, Sant’Antimo, Giugliano ecc.
Gli esempi non mancano. La piscina olimpionica trasformata in un campo di pit bull, la casbah di cemento armato, gramigna, disperazione e devianza delle “219” di via Cupa Sant’Antimo e via Cimitero, diventate i più accorsate bazar di droga dell’area metropolitana a nord di Napoli. Per non parlare delle tante, troppe silenziose storie di indigenza.
Insomma, c’e poco da stare allegri: Melito è ad un bivio. Da una parte, c’è quella città (per fortuna, una minoranza) che vuole mettere indietro le lancette della storia e dall’altra c’è il paese reale (come lo chiamava Charles Maurras) che vuole una città normale. La prima tiene (o meglio, ha tenuto) i fili del meccanismo legando interessi sovente inconfessabili alle apparenze del superfluo e dipingendo la pelosa vernice del sorriso e della rispettabilità sulla legge del potere e del ricatto. Questa Melito non s’è accorta della sofferenza in cui versa la sua società civile, ma, in questi ultimi anni,si è affannata a dispensare clientelismo spicciolo.
La seconda Melito, quella che vuole la “città normale”, è fatta dalla gente laboriosa, anonima, che chiede, da anni senza successo, una migliore qualità della vita. E’ a costoro che bisogna dare risposte concrete. A quanti hanno bisogno, oggi più di ieri, di esprimersi, di trovare interlocutori capaci unitamente a forme nuove di partecipazione alla vita democratica dell’ente locale.
Riscoprire la “melitesità”, significa anche questo: significa rinnovare sul serio la politica degli enti locali. Dietro questo progetto, dietro questa scommessa c’è un’utopia. L’utopia, oggi non più astratta, ma-concreta- è di riuscire a far si che siano, il più possibile, i cittadini a condizionare il lavoro degli amministratori locali, soprattutto coloro che vivono in prima persona le infinite contraddizioni di questa sorta di Harlem metronapoletana.
Qui, nell’area a Nord di Napoli, infatti, c’è gente, tantissima gente, che ha sperimentato, in prima persona, il contesto corrotto ed inefficiente, lo Stato arruffone e predatore, la criminalità violenta collusa con il potere, quello dei grandi appalti legati a ben specifici carrozzoni partitici.
Sonnolenti, per dirla alla Pasolini, inoltre, sono anche i gemiti culturali che si registrano tra un mummificante conformismo. Chi abita,da queste parti, ancora, sa benissimo che questi problemi hanno particolarità e specificità che non sono identiche a quelle del resto dell’hinterland partenopeo. E perciò vogliono possedere uno strumento e una voce per indicare la loro “diversità”. Ed ecco che il Comune diventa così il loro, primo naturale interlocutore. E’ questa la “melitesità” su cui bisogna lavorare. Una sorta di scommessa quotidiana, dunque. Con un obiettivo ben preciso: il riscatto di una zona, di una terra dove finanche la speranza è stata relegata frettolosamente in soffitta per far posto alla grammatica del malapolitica e del clientelismo. Anzi, alla dittatura delle parole inconcludenti. Da qui deve partire la vera lotta quotidiana ad forma di criminalità. Voltando pagina sul serio ed appellandosi a tutte le coscienze libere ed oneste. Unendo quel buono che c’è sia a destra che a sinistra.
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