di CHIARA MARASCA e FRANCESCA LAUDATO
GIUGLIANO. Le ville dei boss, spesso, si trovano dove meno
te le aspetti. L’ex casa di Stefano Reccia, imprenditore
che la prima sentenza del processo Spartacus
ha condannato come affiliato al clan dei
casalesi, tre livelli più terrazzo con vista sui tetti
di San Cipriano d’Aversa, è nascosta in fondo a
un vicolo del piccolo comune casertano, protetta
da un massiccio cancello di ferro. Sul camino
del salone, incise nel marmo bianco con vernice
rossa, ci sono ancora le iniziali del proprietario.
In un bagno al secondo piano (ce n’è uno in ogni
stanza) una colonna testimonia la predilizione
dei vecchi inquilini per arredi anni ’80 dal gusto
indubbiamente kitsch. Per il resto, a sette anni
dal provvedimento di confisca, gli interni della
villa sono ancora completamente distrutti. Saccheggiati
e vandalizzati da chi non si arrende
all’idea che le ricchezze della camorra tornino
allo Stato. Servirà un massiccio intervento di ristrutturazione
prima che l’immobile possa ospitare,
così come è stato deciso, una ludoteca e
una medioteca aperte ai ragazzi della zona e
agli studenti della scuola media di San Cipriano,
che si trova esattamente alle spalle della villa di
Reccia. Il cantiere partirà la settimana prossimacon
fondi comunali. I promessi finanziamenti
regionali, infatti, oltre duecentomila euro
stanziati con una delibera nel 2002, ancora non
sono stati erogati. Caso, certamente non isolato,
in cui la procedura di riutilizzo del bene sottratto
ai clan procede molto a rilento. Ma, per fortuna,
altri esempi testimoniano operazioni di maggior
successo. La «Casa
Don Diana», ad esempio,
centro di pronta e
temporanea accoglienza
per i minori in affido,
sarà inaugurata il mese
prossimo. La struttura
sorgerà nella villa confiscata
a Egidio Coppola, altro uomo del clan di
Casal di Principe.Unimmobile di 650metri quadrati
sudue livelli. Appaltare i lavori di ristrutturazione
non è stato semplice. Spesso capita che
le gare di questo genere vadano completamente
deserte perché le ditte temono di subire ritorsioni
da parte dei clan. In questo caso, però le cose
hanno funzionato e benché siano passati sei anni
da quando, nel ’99, l’immobile venne confiscato,
i finanziamenti necessari per recuperarlo e
destinarlo al nuovo utilizzo sono arrivati in tempi
abbastanza rapidi.
NUMERI E DIFFICOLTÀ.
In Campania, attualmente, sono 544 i beni
confiscati alla camorra per i quali già è stata
scelta unanuova destinazione sociale in applicazione
della legge 109/96, più nota come Rognoni-
La Torre. Si tratta del 19% dei beni confiscati
su scala nazionale. In questa fetta di patrimonio
sottratto ai clan ci sono 242 appartamenti, 37
box e garages, 55 fabbricati, 38 locali, 163 terreni
e 9 strutture industriali. Centosettantotto, invece,
sono le aziende passate dai clan allo Stato.
Proprio le imprese, se gestite in maniera sapiente
e pruduttiva, potrebbero trasformarsi in
un’enorme opportunità: posti di lavoro e flussi
di denaro puliti, laddove si produceva, invece,
una parte della ricchezza dei clan.MalaCampania,
da questo punto di vista, è molto indietro: a
differenza di quanto accade in Sicilia e in Calabria,
infatti, nessuna azienda agricola sforna
prodotti contrassegnati dal marchio «Libera
Terra», che l’associazione di don Ciotti conferisce
alle produzioni legali dei terreni un tempo
appartenuti ai boss. Un punto dolente. E non è
certamente l’unico. Le «difficoltà ambientali»
denunciate da chi si occupa della gestione dei
beni confiscati ai clan
sono molteplici. «I pezzi
migliori, i beni cioè che
non hanno bisogno di
grossi interventi per essere
destinati a fini sociali
— spiega Giovanni
Allucci, direttore del
Consorzio di comuni «Agrorinasce» — quasi
sempre restano nella disponibilità dello Stato e
vengono utilizzati per ubicarvi presidii di sicurezza
o uffici di enti. Spesso poi, una volta intervenuta
la confisca, i beni vengono vandalizzati
da esponenti del clan al quale sono stati sottratti.
Un maggiore controllo da parte delle forze
dell’ordine potrebbe impedire il verificarsi di
certi episodi».
Altro problema, invece, è la difficoltà di trovare
ditte disponibili a impegnarsi nei progetti di
ridestinazione di questi beni perché, come già
detto, le imprese spesso temono reazioni da parte
dei clan.Èancora Allucci a raccontare un episodio
specifico: «Le aste pubbliche per la vendita
di bufale confiscate a una ditta agricola sono
andate tre volte deserte. In un altro caso l’aggiudicatario
di una gara, sempre per la vendita delle
bufale, ha rinunciato al suo acquisto. E nel
caso dei lavori per l’Università della legalità —
continua Allucci—abbiamo dovuto chiedere al
Provveditorato opere pubbliche di appaltare
l’opera perché nessuna impresa aveva mostrato
interesse.
Del consorzio «Agrorinasce» attualmente fanno
parte quattro comuni della provincia di Caserta:
Casapesenna, Casal di Principe, San Cipriano
d’Aversa e Villa Literno. Nei prossimimesi
dovrebbe aderirvi anche l’amministrazione
di Santa Maria la Fossa, nel cui territorio si trova
la masseria sequestrata a Sandokan. Questi
sessanta ettari di terreno già affidati, nel ’99,
all’associazione di volontariato Anspi, non sono
stati mai riutilizzati fino in fondo in maniera produttiva.
Adesso però c’è in cantiere un nuovo
progetto: nei terreni del boss, accanto all’azienda
zootecnica che vi è collocata, il ministero della
Difesa dovrebbe installare un proprio presidio
con un poligono di tiro.
Anche alcuniComuni della provincia di Napoli
hanno unito forze e risorse per gestire in maniera
più spedita ed efficace la «riconversione»
dei beni confiscati alla camorra. Il consorzio
«Sole, Sviluppo Occupazione Legalità Economica-
Cammini di legalità», nato nel 2003, unisce
dieci amministrazioni mentre altre nove hanno
manifestato l’intenzione di aderirvi. Perché il
consorzio? «È la via più efficace—spiega Lucia
Rea, che coordina Sole — per riutilizzare a fini
sociali beni confiscati alla criminalità. I Comuni
uniscono le loro forze e l’ente Provincia, che in
base alla legge nonpuò essere diretto assegnatario
di beni confiscati, può comunque partecipare
economicamente a questo importante progetto
finanziando il consorzio. Sul piano operativo
poi, questa è la soluzione migliore per gestire
casi difficili». Come quello del complesso immobiliare
sequestrato alla famiglia Rea sul territorio
di Giugliano: una villa bunker che occupa
una superficie di 4.464 metri quadrati tra parco
e area abitativa, rimasta, anche dopo il sequestro,
«occupata» da personaggi legati all’organizzazione
criminale. Per tutelarla è stato necessario
collocare, in una parte della struttura, una
caserma della Guardia di Finanza, che sarà operativa
prima della fine dell’anno. Quando finiranno
i lavori di ristrutturazione, finanziati principalmente
con fondi comunitari, vedrà la luce
il progetto «Sport e legalità», realizzato in collaborazione
con la Prefettura di Napoli, che prevede
la nascita di un centro sportivo e di aggregazione
sociale e di un campus universitario della
Facoltà di Scienze Motorie della Parthenope.
Ma c’è un altro nodo dolente. La lista dei beni
confiscatimaper i quali il Demanio nonha ancora
stabilito una nuova destinazione, in Campania,
è ancora molto lunga: sono 461 immobili,
78 dei quali si trovano sul territorio del Comune
di Marano.
MARANO E PIGNATARO MAGGIORE.
Secondo Mauro Bertini, sindaco della cittadina
a nord di Napoli, il percorso per il recupero
dei beni confiscati è troppo «lento e farraginoso
». Troppe «cerimonie
» per dirlo alla sua
maniera: «Si scrivono
tante leggi, si chiedono i
pareri degli amministratori
localimapoi vengonotenuti
in scarsa considerazione.
Chi interpreta
meglio il territorio è
l’autorità locale, che sa quanto e in che maniera
l’utilizzo di tali beni potrebbe contribuire alla
riduzione del disagio». L’Agenzia del Demanio
ha invitato più volte il primo cittadino di Marano
ad esprimere, ai sensi della normativa vigente,
il proprio parere circa la destinazione degli immobili
requisiti, ma successivamente ha comunicato
che tutti i beni per i quali era stato richiesto
tale parere e per i quali il Comune aveva richiesto
l’assegnazione, indicandone destinatari
di tipo sociale o istituzionale, sono di fatto stati
assegnati all’Arma dei Carabinieri e alla Guardia
di Finanza per essere destinati ad alloggi di
servizio in risposta a esigenze di ordine pubblico.
È il caso degli appartamenti confiscati a Giuseppe
Polverino in via Marano Pianura, in quattro
dei quali il comune avrebbe voluto creare
«case parcheggio per sfrattati e famiglie in condizioni
di grave disagio», e un «centro di aggregazione
per la terza età». L’attacco di Bertini è
pesante: «Mi sembra difficile immaginare che
offrire un alloggio a titolo gratuito a un carabiniere
o un finanziere risponda a una esigenza di
ordine pubblico. Uno degli obiettivi principali
della legge 109/96 dovrebbe essere quello di incentivare
la partecipazione di molteplici attori
istituzioni,mondodell’economia, della cooperazione,
del privato sociale e dell’associazionismo,
attraverso un uso visibile e partecipato dal
territorio del bene confiscato. È in quest’ottica
che abbiamo chiesto ci fossero trasferiti i 14 box
sequestrati a Carlo Simboli, nei quali pensavamo
di realizzare laboratori artigiani a sostegno
dell’imprenditorialità giovanile. Ma la volontà
del prefetto sembra sia quella di destinarli a box
di servizio dei carabinieri». Nell’elenco di appartamenti
e terreni ancora da destinare spicca la
villa bunker di Giuseppe Polverino: un immobile
di circa 500 metri quadrati per livello, costruita
su due piani, circondato da stupendi giardini e
cortili, corredato di piscina e dependance, nonché
attrezzato di telecamere a circuito chiuso,
per un valore di 1.781.540 euro. Bertini, che ne
ha richiesto l’assegnazione per far decollare un
progetto con il dipartimento di salute mentale
per il recupero del disagio giovanile, paventa il
«rischio che la struttura venga utilizzata, come
anche è stato proposto,comecentro di addestramento
per i cani dei finanzieri».
Altro caso singolare è quello di PignataroMaggiore,
in provincia di Caserta. Qui la mancata
assegnazione a finalità
istituzionali o sociali
dei beni confiscati a noti
pregiudicati è stato
uno dei motivi che hanno
determinato lo scioglimento
del consiglio
comunalenel 2000. Prevedibili
i ritardi e le lungaggini conseguenti alla
scoperta dello scottante fascicolo dei beni confiscati
ai clan Lubrano-Nuvoletta e Ligato.Unarealtà
difficile, in cui intaccare il capitale economico
e sociale dei clan appare un’impresa quasi
impossibile. Tra i beni confiscati dalla magistratura
c’è unappezzamento di terreno appartenuto
ai Nuvoletta, abbandonato a se stesso e con
molta probabilità mai lasciato dagli uomini del
clan, sebbene fosse stato destinato ad unconsorzio
di cooperative sociali e la Regione avesse
stanziato 185 mila euro per costruire una casa
famiglia. E c’è anche la villa bunker di Raffaele
Ligato: l’immobile assegnato all’associazione
«Mondo Tondo» di Caserta, mai utilizzato per
mancanzadi fondi è rimasto a lungo abbandonato
finché un fortuito incendio ha fatto scoprire ai
carabinieri che era ancora utilizzato dalla criminalità
organizzata come rimessa di auto rubate.
di CHIARA MARASCA e FRANCESCA LAUDATO – BOLLETTINO ANTICAMORRA, CORRIERE DEL MEZZOGIORNO 27 OTTOBRE 2005


