QUALIANO. E’ una fredda mattina di dicembre. Passando per via Riparia vedo alcuni operai, quelli che fanno le manutenzioni stradali tanto per intenderci, intenti alle prese con i ferri del loro mestiere, e cioè pale, qualche bidone di una non meglio identificata sostanza e un camion, sulla cui “groppa” è posato qualche quintale di asfalto minerale. Il sottoscritto è alla guida della sua automobile, quando si accorge che sul cruscotto della stessa, si accende la luce che indica “low fuel”. Sono quindi in riserva di carburante e decido di servirmi proprio nel distributore di via Ripuaria, dove tra l’altro lavora anche mio amico. Metto la freccia a sinistra quindi, appena possibile, svolto nell’area di servizio. Mentre scendo dalla macchina per fare benzina, noto con grande stupore la presenza sulla carreggiata del camion visto e sorpassato in precedenza. “Si è proprio quello delle manutenzioni stradali” – penso – “ma cosa stanno facendo?”. Lo stupore è dettato dal fatto che mentre il camion sfreccia normalmente sulla carreggiata ad una velocità (presunta) di 50/60 Km/h, dallo stesso veicolo in movimento, in barba a qualsiasi norma di sicurezza e di lavoro fatto a regola d’arte, un operaio, anch’egli visto prima, rovescia pale di asfalto nelle buche stradali. Fin qui tutto nella norma, infatti siamo a Qualiano. Il mio stupore per la verità, è dettato dal fatto che svolgendo così il proprio lavoro lo si fa chiaramente anche male, poiché non tutte le pale che l’operaio lancia dal camion vanno poi a finire effettivamente nelle buche. Qualcuna di esse finisce dall’altro lato della strada mentre qualcun’altra addirittura sul ciglio stradale. Ma non termina qui. Il codazzo di auto che segue la cosiddetta “processione” dietro al mezzo della manutenzione, partecipa attivamente alla fase terminale dei lavori. Difatti, i conducenti delle autovetture, tutti rigorosamente in fila per ovvie ragione di sicurezza e buon senso, hanno la loro parte da svolgere in questa meritoria opera di manutenzione ordinaria: essi si divertono a schivare sia le buche, ancora persistenti, sia il “vecchio fosso ormai fortunatamente (e fortunosamente) colmo di bitume. Il passaggio con le ruote della macchina del divertito automobilista di turno serve a costipare meglio l’asfalto minerale nel fosso. A questo punto tralasciamo il discorso tecnico sul merito della gestione di un opera (pubblica) ed analizziamo invece il caso da un punto di vista più strettamente economico. E qui il discorso cambia radicalmente. Siamo in presenza di fatti nuovi ed importanti. Infatti, laddove finisce il lavoro non fatto a regola d’arte, inizia il cosiddetto discorso dell’utile di impresa. Qualche dettaglio normativo per capirci meglio. La fase di chi ”concorre” nella stessa opera, in gergo tecnico viene chiamata ATI, e cioè Associazione Temporanea di Impresa. In pratica significa, e la legge questo lo prevede, che più aziende si possono consorziare in modo temporaneo per costruire parti diverse di un unico manufatto. Nel nostro caso specifico abbiamo dunque due diverse ditte. La prima risulta essere l’impresa che il comune paga regolarmente per la manutenzione stradale, mentre la seconda invece è identificabile con gli inconsapevoli automobilisti, i quali, con il loro transito, hanno il compito di costipare meglio e definitivamente l’asfalto minerale riversato in modo fortunoso nella buca. Qui però, diversamente da quanto prevede la legge ed il buon senso, a guadagnarci è solo la prima impresa, quella che cioè si limita a rovesciare l’asfalto sulla strada. La consorziata, e cioè l’ignaro automobilista/cittadino che transita dietro al camion, è privato di qualsiasi utile economico prodotto dalla ATI. Ora, se proprio vogliamo quantizzare il danno arrecato all’ignaro automobilista, possiamo tranquillamente affermare che egli è defraudato due volte, poiché, oltre al torto economico dovuto alla mancata percezione dell’utile di impresa (in pratica i soldi), subisce anche un notevole danno biologico dovuto proprio alla presenza delle buche. Tutti sanno difatti quanto sia difficile e faticoso scansare buche con l’automobile, soprattutto in inverno quando il fondo stradale è quasi sempre viscido e bagnato. Tra l’altro, in questa fase, il danno biologico non è quantizzabile, né tanto meno monetizzabile, ma esso è altresì contemplato dalla legge. Tralasciamo in questo articolo, per ovvie ragioni di spazio, le responsabilità del mancato controllo degli organi preposti a vigilare sulla realizzazione di tali opere (dai molteplici aspetti e dalle mille sfumature). Lo faremo sicuramente in un prossimo articolo, sperando che questa cultura del rattoppo mal realizzato o della “pezza” facile, non faccia più parte del bagaglio politico e culturale degli uomini che compongono questa amministrazione. Chi è delegato a controllare (i burocrati comunali), controlli, chi deve controllare il controllore (la classe politica) invece, lo faccia e ne chieda conto. Non è solo una questione costruttiva o di manutenzione, ma è un “modus vivendi” che dovrebbe guidare tutti quelli che hanno responsabilità nella gestione della cosa pubblica. Per quanto riguarda invece le mancate somme percepite dagli automobilisti per l’inconsapevole lavoro svolto nella temporanea associazione ATI, chiederemo lumi all’ufficio conciliazione della Camera di Commercio di Napoli.
Diario semiserio di una mattinata in via Ripuaria
QUALIANO: LA POLITICA (E LA CULTURA) DEL RATTOPPO
Tra buche, fossi ad asfalto i conti proprio non tornano
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