SABRINA, LA LUCE DENTRO UN DESTINO
di PIETRO GARGANO
GIUGLIANO. Ci sono storie dolorose da raccontare e non ti resta altro che raccontarle con delicatezza, come ha fatto Gigi Di Fiore. Arriva un dispaccio di agenzia su una tragedia senza nomi: due ragazzi sono morti in Finlandia su una slitta schiacciata da un treno, lei era napoletana. Allora un giornale scava per sapere chi è, è il suo dovere. E sa che Sabrina è figlia di un uomo detenuto da nove anni nel carcere dell’Aquila, di recente condannato a venti per il sequestro di Gianluca Grimaldi della dinastia degli armatori; in attesa di processo per omicidio e associazione camorristica. Un boss, come si dice nei titoli per riassumere. La storia dietro la storia è doppiamente dolorosa da scrivere, giacché Sabrina sta sbiancando su un tavolo di marmo. Ma narrarla non è mancarle di rispetto, e non perché Sabrina non può soffrire più, solo perché Sabrina è innocente e pura nei suoi quattordici anni fermati nel ghiaccio di un viaggio nel bianco paese di Babbo Natale. È senza colpe. Com’è innocente sua madre Gilda, insegnante, che l’ha cresciuta con amore e con forza, tacendole la sua stessa pena. Giacché certe verità, nell’età della crescita, possono fare molto più male delle domande e del silenzio. Com’è innocente, almeno all’epilogo di questa storia, suo padre Giuseppe Mallardo che l’ha tenuta ben lontana dalla propria vicenda e ha accettato di non vederla, di non farle sapere niente di lui. Sabrina viveva sulla collina del Vomero, per lei la Giugliano familiare era poco più di un punto sulla carta geografica. Nutriva sogni semplici, studiava e bene dai padri Salesiani. Sul sito di quella scuola ora si susseguono le sue fotografie di rito studentesco, un saluto affettuoso senza alcun commento. Le compagne invece scrivono, vogliono far sapere che per loro Sabrina non era la figlia di un boss, era un’amica e basta, dolce e buona, uguale a loro che hanno padri professionisti. E ci mancherebbe. Chi sa se è una consolazione, ma Sabrina ha vissuto i suoi brevi anni nella luce di una vita remota dal suo stesso cognome ingombrante. Ed è duro saperla morta invece nel buio di un paese lontanissimo da Napoli, in una gara di slitte orfana di fiaccole, sentendo nell’ultimo istante l’ansito dei cani da traino e il rombo di un treno incombente. Non ha fatto a tempo a conoscere suo padre, avrebbe dovuto vederlo ai primi di gennaio, alla vigilia dei suoi quattordici anni che non arriveranno più. Era una specie di dono o più probabilmente il primo timbro sul passaporto di una maturità raggiunta volando leggera attraverso gli anni. Oggi Sabrina, la ragazzina che credeva ancora nelle favole di Natale e aveva insistito per andare laggiù, torna in Italia in una bara, ed è il suo estremo volo. La tragedia avvolta nella tragedia non si concluderà con un funerale affollato di dolore e anche di curiosità si spera commossa. Resta una inchiesta aperta sulle cause di una morte assurda per una sfida troppo improvvisata. Il padre – che ha capito subito, vedendo tanta gente affacciarsi alla sua cella e ha trovato sfogo nel pianto – dovrà avere un permesso speciale del ministero per salutare quell’unica figlia, tanto desiderata e persa, cresciuta nel suo portafogli, in una sequenza di fotografie. Il tribunale dice che deve espiare una pena severa, da camorrista non marginale; ma nell’assenza accettata – con sofferenza aggiuntiva – perché Sabrina non patisse di più, si è comportato da uomo.
PIETRO GARGANO – IL MATTINO 30 DICEMBRE 2005

