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COMUNI SCIOLTI PER INFILTRAZIONI, LA META’ SI TROVA IN CAMPANIA

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NAPOLI. Boscoreale e Brusciano sono gli ultimi
due nomi inseriti, meno di dieci
giorni fa, in fondo all’elenco delle
amministrazioni comunali sciolte in Campania
per sospette infiltrazioni e condizionamenti
della criminalità organizzata. La
possibilità di imporre — con decreto del
Presidente della Repubblica su proposta
del Ministro dell’Interno — che i lavori di
un’assemblea consiliare legittimamente
eletta potessero essere interrotti per arginare
la pressione di gruppi criminali è stata
introdotta dalla legge 221 approvata in Parlamento
nel ’91, al tempo della memorabile
offensiva sferrata dallo Stato italiano alle
mafie del Sud. Da allora la Campania, anno
dopo anno, decreto dopo decreto, ha cominciato
a collezionare il triste primato del
maggior numero di
amministrazioni colpite
da questa nuova
arma nella lotta alla
criminalità organizzata,
abusata, secondo
qualcuno, spesso strumentalizzata,
rincara
qualcun altro, perfettibilema
pur sempre efficace,
stando ad un
più cospicuo gruppo
di politici e osservatori.
Dall’approvazione
della legge a oggi le assemblee
comunali
sciolte, in tutta Italia,
sono state ben centosessanta.
All’elenco
va aggiunta, peculiarità
tutta campana, anche
la vicenda di
un’azienda sanitaria
locale, la Asl Napoli 4
con sede a Pomigliano
d’Arco, i cui vertici
sono stati azzerati perché
la commissione
d’accesso inviata dalla
Prefettura, all’esito
di un’indagine durata
sei mesi, avrebbe rilevato
la permeabilità
dell’attività amministrativa
dell’ente al contesto malavitoso locale.
In particolare, il clan Alfieri avrebbe
condizionato a proprio vantaggio l’assegnazione
di appalti per lavori pubblici e di
contratti di forniture.
Attualmente un’altra azienda sanitaria
campana, la Asl Napoli 5, è sotto la lente di
ingradimento dei commissari inviati dal
prefetto Renato Profili. Ma sotto esame,
con l’obiettivo di verificare sospette infiltrazioni
camorristiche, nella sola provincia di
Napoli, ci sono anche gli atti amministrativi
dei Comuni di Qualiano, Pompei, Acerra,
Frattamaggiore, Marigliano e Pomigliano
d’Arco. Gli enti attualmente commissariati,
invece, sono undici. Se a questa lista si
aggiunge l’elenco di quelli semplicemente
«monitorati» per sospette infiltrazioni o illegalità
amministrative, il risultato è che solo
in nove dei novantadue Comuni del Napoletano
non ci sono inchieste o commissari
prefettizi.
Circa la metà, precisamente il 44,3%, dei
provvedimenti di scioglimento adottati in
Italia dal ’91 ad oggi, dunque, ha interessato
enti campani, cinquantanove in tutto,
dodici dei quali però, nel corso degli anni,
sono stati sciolti ben due volte. Località,
essenzialmente concentrate tra la provincia
di Napoli e quella di Caserta, che se in casi
come Santa Maria La Fossa stentano a raggiungere
le tremila
unità di popolazione,
in altri, superando
i sessantamila
abitanti,come accade
a Afragola ed Ercolano,
hanno il
volto di vere e proprie
città. Quasi mezzo milione di abitanti,
infatti, risiede nel territorio dei Comuni
campani attualmente commissariati. Il fenomeno
delle infiltrazioni ha via via interessato,
in quindici anni di applicazione della
legge, municipi sempre più grandi.Unchiaro
segnale di aumento del potenziale offensivo
e pervasivo dei gruppi criminali, che
oggi riescono a penetrare anche nelle maglie
amministrative di realtà che, in linea
teorica, dovrebbero essere più difficilmente
permeabili. «Qui non si tratta più di piccole
realtà rurali—commenta Lorenzo Diana,
senatore ds emembro della commissione
parlamentare Antimafia—in cui il boss
della zona condiziona anche le scelte degli
amministratori. Si tratta, piuttosto, di vere
e proprie città, e l’inquinamento delle loro
macchine amministrative
è motivo di
forte allarme democratico
».
Nonostante qualcuno
legga lo scarto
tra il numero degli
scioglimenti disposti
in Campania (71) e quelli avvenuti in Sicilia
(45) o in Calabria (34), come un segnale
di maggiore debolezza della camorra rispetto
a organizzazioni come la mafia e la ’ndrangheta,
che riescono a nascondere meglio
i loro affari e i loro rapporti di collusione
con il mondo della politica, c’è chi offre
un’interpretazione diversa del quadro descritto
dai numeri. Nella relazione approvata
quindici giorni fa dai parlamentari di maggioranza
della commissione Antimafia, infatti,
a conclusione del lungo capitolo dedicato
a questo tema specifico, si legge che «la
Campania sembra essersi trasformata nel vero
e proprio laboratorio nazionale degli accordi
corruttivo-collusivi e delle convivenze
perverse tra politica, affari e criminalità con
i due settori della sanità e della raccolta e
smaltimento dei rifiuti
che spiccano su
tutti».
Confrontando la
localizzazione geografica
dei Comuni
sciolti con la mappa
delle località in
cui si registra la presenza delle più potenti
famiglie camorristiche e delle loro principali
attività, appare evidente la perfetta coincidenza
delle due aree. Il maggior numero di
Comuni commissariati per sospette infiltrazioni
della criminalità organizzata, infatti,
si concentra nel Casertano, terra di dominio
del clan dei «casalesi», nella zona vesuviana
e nell’hinterland a nord di Napoli.
Appalti pubblici, piani regolatori, ciclo
di smaltimento dei rifiuti, parentele tra politici
e esponenti della criminalità organizzata:
il fenomeno delle infiltrazioni e del condizionamento
delle attività degli enti ha colpito,
negli anni, sia amministrazioni di centrodestra
che di centrosinistra. Questa sorta
di «par condicio», però, non ha impedito
che intorno all’applicazione della legge sugli
scioglimenti e a
un suo presunto
uso strumentale, si
sviluppasse un dibattito
molto acceso,
nel quale la Margherita,
che conta
molti dei sindaci
mandati a casa, di recente, si è distinta per
aver utlizzato i toni più duri. Ma il dato secondo
il quale, tranne rare eccezioni ( in
Campania i casi Marano, Castelvolturno e
Portici), i decreti di scioglimento hanno retto
ai vari gradi di giustizia amministrativa,
sembrerebbe smentire l’ipotesi del «complotto
politico».





Chiara Marasca – Osservatorio sulla camorra – CORRIERE DEL MEZZOGIORNO DOMENICA 5 FEBBRAIO 2006

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