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BABY GANG, LA SFIDA DI SEPE: «CORAGGIO DEPONETE LE VOSTRE ARMI IN CHIESA»

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Il 16 gennaio scorso, probabilmente solo a causa di sguardi troppo irriverenti, il sedicenne Luigi Sica veniva accoltellato, in Via Santa Teresa degli scalzi, per mano di un coetaneo; entrambi, vittima e feritore, incensurati. Entrambi inconsapevoli di quanto stava per avvenire.
Il cardinale Sepe oggi cita proprio Luigi Sica e si rivolge con una lettera alle baby gang: «sfoderate il coraggio e portate i coltelli in chiesa davanti alla Croce». Una sfida. Non basta parlare, bisogna farsi ascoltare. Crescenzio Sepe cerca un canale, vorrebbe toccare le corde giuste. In un certo senso provoca, «non abbiate paura, siate forti». Del cardinale recentemente insediato in una Napoli difficilissima si vede tutto lo sforzo. Deve esserci il modo per arrivare a colpire dritto al cuore. Parlare con questi bambini armati fino al collo, provarle tutte per ottenere che ascoltino è un “bisogno pastorale”. Sepe ci prova così, ci prova come pastore di anime, determinato nel voler cambiare una realtà che sembra non avere possibilità di redenzione. Con una formula che fa un certo effetto quando esce fuori in conferenza stampa: «Aprite le mani, lasciate cadere i coltelli – scrive in una lettera che sarà letta e commentata nelle scuole e che arriverà nelle case – Sfoderate il vostro coraggio e in questi giorni che ci separano dalla Pasqua portate nelle chiese le armi, tutte le armi che rinnegano la vita. Deponete davanti all’altare di Cristo i coltelli, le lame che infangano la vostra giovinezza e la vostra dignità di uomini. Non abbiate paura, siate forti».
«Se accettate questo invito – conclude, garantendo l’anonimato a chi avrà il coraggio di farlo – entrate in una chiesa e deponete questi strumenti di morte in una cesta che si trova ai piedi di Cristo Crocifisso, Principe della pace e nostro Salvatore. Questi coltelli che deporrete diventeranno segni di vita. Insieme a tutti gli altri strumenti di morte saranno distrutti e saranno trasformati in arnesi utili a coltivare la terra». Che succederà adesso? Il presule non si sbilancia, alza, lievemente, le spalle, vedremo. Non si metterà a contare i coltelli, non è la quantità che gli interessa: «Fossero anche quattro o cinque in tutta la città: sarebbe un gesto molto importante». Arriva dalla Curia, dove ci sono tra l’altro il direttore scolastico regionale Bottino, Don Tonino Palmese e Geppino Fiorenza di Libera che distribuiranno l’olio prodotto da ex tossicodipendenti nelle terre confiscate alla mafia a Gioia Tauro, anche un appello di don Pasquale Incoronato: «Mi piacerebbe che la prima a consegnare il coltello fosse una bambina di 11 anni che frequenta l’oratorio di Ercolano.Mi ha confessato di tenerlo con sé, sotto la maglia, perché ha paura. Crede di essere sola». Uno strumento di autodifesa, quindi. Un modo per farsi “giustizia da sé”. Niente di nuovo nella città che un tempo aveva sul suo quotidiano ‘il Mattino’ una rubrica intitolata ‘accoltellamenti’. Una cultura che trova terreno fertile nella città in cui impennano l’uso di cocaina (come ha detto il ministro Giuliano Amato) e lo spaccio delle droghe leggere (non fa che ripeterlo il maestro di strada Marco Rossi Doria). Anche il cardinale lo sa, e auspica un cambiamento di rotta: «Sarebbe bello se i ragazzi lasciassero insieme ai coltelli, nelle ceste, anche qualche grammo di droga».

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