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Giuseppe Orefice, ferito nell'agguato dello scorso maggio

Hanno convinto i giudici sull’erroneo riconoscimento di Marco D’Ambrosio quale uno degli autori dell’agguato ed è tornato libero. Sono state decisive le indagini difensive condotte dai legali Leopoldo Perone e Antonio Rizzo attraverso l’escussione di numerosi testi che hanno riferito dell’impossibilità del D’Ambrosio di essere uno degli sparatori nonché l’acquisizione dei file audio della registrazione delle dichiarazioni rese della parte offesa  in ospedale subito dopo il ferimento. L’ascolto delle registrazioni ha evidenziato, come rilevato dai difensori, lo stato assolutamente confusionale dell’Orefice nel momento in cui riferiva ai carabinieri di Castello di Cisterna i particolari ritenuti dalla Procura idonei all’identificazione del D’Ambrosio.

La ricostruzione dei fatti

Inizialmente si riteneva che a sparare il 17 maggio scorso sarebbe stato il 23enne Marco d’Ambrosio. Era infatti indiziato, insieme ad un’altra persona, di tentato omicidio e porto abusivo di armi comuni da sparo, reati aggravati dalle modalità mafiose. In quell’occasione rimase gravemente ferito il 21enne Giuseppe Orefice, figlio del 41enne Gennaro ritenuto elemento di spicco dell’omonimo gruppo criminale attivo a Castello di Cisterna. Inoltre ricostruite le modalità esecutive dell’agguato: i due giovani esplosero 9 colpi di pistola in calibro 7,65. Il ferimento avvenne in pieno giorno all’interno delle Palazzine 219 di Castello di Cisterna

AGGUATO DI CAMORRA E LO SCONTRO TRA CLAN

Inquadrato l’evento nella consolidata e prolungata guerra di camorra portata avanti per la gestione e il controllo delle piazze di spaccio tra i clan D’Ambrosio e Orefice che si contrappongono a Castello di Cisterna. Dunque accertato l’accresciuto livello criminale degli indagati del 23enne D’Ambrosio e il 22enne Luigi Barbareschi.

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