Il giudice era stato molto generoso nel 1985 con la baby sitter Terry McKirchy. Al processo per tentato delitto e abuso aggravato nel quale la giovane ventiduenne era accusata di aver scosso il bambino di due anni in sua custodia fino a provocargli un emorragia cerebrale, il magistrato le offrì di rinunciare alla difesa in cambio di una pena minima: in prigione solo durante il fine settimana, per i tre mesi che ancora la separavano dalla nascita del suo terzo figlio. Il giudice sapeva che le analisi mediche che le attribuivano la responsabilità per i danni causati al bambino erano contestabili, e poi temeva che lo stato di gravidanza nel quale McKirchy versava avrebbe giocato a suo favore in un eventuale processo. Scelse quindi la formula altrettanto incerta, che comunque chiudeva il caso.

Trentasei anni dopo la giustizia è tornata a interessarsi dell’accaduto. L’ex bambino Benjamin Dowling è morto due anni fa al termine di una vita fatta di dolore e di isolamento. Il procuratore che ha ripreso in mano il fascicolo in Florida ha convinto una giuria popolare che c’è un legame diretto tra il maltrattamento subito da neonato e il decesso, aiutato dai progressi scientifici che possono stabilire con sicurezza questo nesso. La procura di Miami ha istruito un nuovo processo contro McKirchy e ne ha ordinato l’arresto in Texas, dove la donna vive oggi. Questa volta l’accusa è di omicidio di primo grado, un reato che nello stato del sud può comportare la pena di morte.

Rae, la mamma di Benjamin, si rese subito conto che qualcosa di grave era successo al suo bambino quando tornò a casa dal lavoro, quella sera di 36 anni fa. I suoi pugni erano serrati, e il corpo flaccido, senza vita. Lo portò di corsa in ospedale e qui ricevette la conferma dell’emorragia causata da scosse violente, e che i danni subiti erano irreversibili.

 

I GENITORI

«Nostro figlio non ha mai avuto l’opportunità di vivere la sua vita. – lamenta oggi Rae con suo marito Joe Dowling, i genitori di Benjamin – Non ha mai strisciato a gattoni, tantomeno camminato e potuto comunicare con la parola. Ogni volta che lo sentivamo urlare dovevamo cercare di indovinare se era per il dolore, o per qualche altro motivo a noi sconosciuto. Non ha mai saputo quanto lo abbiamo amato, né ha avuto modo di esprimere il suo amore». Due anni fa i genitori hanno sentito la morte del figlio non come una liberazione, ma come un grido rinnovato per la richiesta di giustizia. Terry McKirchy d’altra parte torna a tremare. Si è sempre professata innocente, e dice di aver accettato il negoziato nell’85 solo per scrollarsi di dosso il peso di una storia che la stava soffocando. A distanza di tanto tempo, quel fantasma oggi torna a minacciare di seppellirla in galera.

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