Mercoledì 24 giugno sarà una data fondamentale per i lavoratori della Sonrisa. Dalle 9.30, davanti ai cancelli del complesso di Sant’Antonio Abate, andrà in scena un sit-in di protesta che non riguarda soltanto il destino di una struttura diventata famosa in tutta Italia, ma il futuro di oltre cento famiglie che da quella realtà hanno tratto per anni il proprio sostentamento, e che ora si ritrovano senza lavoro.
L’appello lanciato dai dipendenti è semplice e diretto: «Non spegnete i riflettori sul nostro futuro». A lanciarlo in anteprima, Metropolis.
I lavoratori della Sonrisa incrociano le braccia, fissato sit-in di protesta fuori al Castello
La protesta arriva in uno dei momenti più delicati della lunga vicenda che ha travolto il Grand Hotel La Sonrisa, ormai conosciuto anche al di fuori dei confini della Campania come il Castello delle Cerimonie. Dopo quasi quarant’anni di attività, migliaia di ricevimenti organizzati e una notorietà conquistata ben oltre i confini della Campania grazie alle trasmissioni televisive dedicate alle feste e ai matrimoni celebrati nella struttura, il complesso ha dovuto interrompere le proprie attività ricettive e di ristorazione.
La chiusura è l’ultimo capitolo di una battaglia giudiziaria che affonda le proprie radici nel procedimento per lottizzazione abusiva culminato con la confisca definitiva del complesso. Dopo il passaggio della proprietà al patrimonio del Comune di Sant’Antonio Abate, l’amministrazione ha avviato una serie di provvedimenti amministrativi che hanno portato alla revoca delle autorizzazioni necessarie per continuare a svolgere le attività alberghiere e di ristorazione. I tentativi della famiglia Polese di ottenere una sospensione dei provvedimenti non hanno finora prodotto gli effetti sperati.
Ma la Sonrisa non era solo un marchio o un palcoscenico televisivo. Era un’azienda che dava lavoro a camerieri, cuochi, addetti all’accoglienza, personale alberghiero, manutentori, collaboratori e professionisti dell’organizzazione eventi. Un mondo fatto di competenze e sacrifici che oggi guarda al futuro con crescente preoccupazione.
Le ultime settimane hanno offerto una parziale boccata d’ossigeno. Grazie agli accordi raggiunti con diverse strutture dell’area vesuviana, molte delle cerimonie già prenotate saranno ospitate in altre location tra Lettere, Pompei, Ercolano e altri comuni del territorio. Una soluzione che consentirà ai lavoratori di continuare a operare almeno fino al termine naturale della stagione delle cerimonie, fissato al 31 ottobre. Una tregua temporanea che però non cancella le incognite sul futuro.
Le cerimonie spostate altrove fino al 31 ottobre, ma dopo?
La preoccupazione riguarda soprattutto ciò che accadrà dopo. Se oggi esiste una soluzione ponte per salvare gli eventi già programmati, nessuno è in grado di garantire cosa succederà nei prossimi mesi. La stagione estiva, storicamente il periodo più importante per la Sonrisa, è ormai compromessa e il blocco delle nuove prenotazioni ha già prodotto effetti significativi sull’attività economica.
Intanto il dibattito pubblico continua ad animarsi. Sui social network e nelle discussioni cittadine convivono due sensibilità diverse: da una parte chi richiama il rispetto delle sentenze e il principio della legalità, dall’altra chi teme che una struttura di oltre 40 mila metri quadrati possa trasformarsi in un gigante vuoto, difficile da gestire e destinato al degrado. Molti cittadini si interrogano sul futuro del complesso e sulle risorse necessarie per la sua manutenzione, mentre cresce il timore che un simbolo del territorio possa lentamente spegnersi.
È proprio in questo scenario che nasce la manifestazione del 24 giugno. I lavoratori non chiedono scorciatoie giudiziarie né privilegi. Chiedono che la loro voce continui a essere ascoltata. Chiedono che, mentre tribunali e istituzioni discutono del futuro della struttura, nessuno dimentichi il destino delle persone che per anni hanno contribuito a costruire il successo della Sonrisa. Dietro quei cancelli oggi chiusi non c’è soltanto la storia di un celebre castello delle cerimonie. Ci sono oltre cento famiglie che rivendicano il diritto di poter continuare a guardare al futuro con dignità e speranza.


