Melania Rea non aveva ancora 29 anni quando è stata uccisa. Lei e Salvatore Parolisi avevano una figlia, Vittoria, che all’epoca aveva 18 mesi e che oggi ha tolto il cognome del padre.
Parolisi venne arrestato il 19 luglio 2011. A processo con rito abbreviato, fu condannato all’ergastolo in primo grado, pena ridotta a 30 anni dalla Corte d’assise d’appello dell’Aquila. La Cassazione escluse l’aggravante della crudeltà, affidando la rivalutazione della pena ai giudici d’appello di Perugia. A carico di Parolisi, nel 2016, una condanna definitiva a 20 anni di carcere.
Quattordici anni fa, ad aprile, nel bosco delle casermette a Ripe di Civitella veniva ritrovato il corpo senza vita della giovane mamma di Somma Vesuviana, moglie dell’ex caporal maggiore, che ne aveva denunciato la scomparsa dal pianoro di Colle San Marco, dove erano andati per una gita fuori porta insieme alla loro bambina Vittoria
Proprio l’uomo che aveva giurato amore eterno a Melania, Parolisi, invece l’ha uccisa con 35 coltellate «in un dolo d’impeto», così com’è stato stabilito, lasciandola a terra agonizzate. L’arma da punta e taglio usata per uccidere non è mai stata ritrovata, così come nessuno è mai riuscito ad identificare l’uomo, probabilmente di mezza età con spiccato accento teramano, che 48 ore dopo la scomparsa con la sua telefonata anonima al 113 fatta alle 14.48 da una cabina telefonica di piazzale San Francesco ha permesso il ritrovamento del cadavere di Melania.
I permessi premio revocati per l’intervista a Chi l’ha visto?
Parolisi aveva ottenuto diversi permessi premio grazie al suo comportamento da detenuto “modello”: ma l’ex militare, dopo aver beneficiato solo della prima libera uscita ha visto revocare dal Tribunale di sorveglianza tutti gli altri 15 permessi che gli erano stati concessi. E tutto dopo la sua intervista ai microfoni della trasmissione Chi l’ha visto?.
La figlia ha cambiato cognome
La bambina che quel pomeriggio del 2011 giocava sull’altalena del pianoro di Colle San Marco mentre il papà la spingeva, oggi è cresciuta. Ha addirittura cambiato cognome. Vittoria aveva solo diciotto mesi ed era nel seggiolone, in auto, quando il papà Salvatore Parolisi uccise con 35 coltellate sua madre.
Oggi Vittoria ha 15 anni. E non porta più il cognome del padre, Parolisi, a cui è stata tolta la patria potestà. Nel 2020 ha ottenuto il via libera per diventare Vittoria Rea e portare così per sempre con lei un pezzetto di quella mamma che le è stata portata via così brutalmente. Voleva cancellare quel cognome diventato troppo ingombrante: il cognome di un assassino. Vittoria vive con i nonni a Somma Vesuviana, comune natale di mamma Melania. In casa Rea, ormai quasi due anni fa, è anche arrivato un altro bimbo: è il figlio tanto atteso dello zio Michele.
Il movente: i tradimenti di lui e la volontà di “liberarsi di un ostacolo”
Quando è stata uccisa, Melania aveva 29 anni. Suo marito, così com’è emerso immediatamente, aveva un’amante, una soldatessa, Ludovica, che frequentava il 235esimo Rav Piceno, dove Parolisi era istruttore. Eppure Parolisi avrebbe agito senza «una preordinazione del delitto, senza una deliberata e meditata scelta di liberarsi di un ostacolo», la moglie, rispetto alla relazione extraconiugale da lui intrattenuta da tempo, ha stabilito la Cassazione. L’ex caporal maggiore ha sempre sostenuto la sua innocenza. Ha pianto. Ha parlato di amore per Melania, per poi tentare di nascondere maldestramente la sua seconda vita di cui la moglie non faceva parte.
Cosa fa oggi Parolisi
Parolisi è ancora detenuto nel carcere di Bollate. In passato ha fatto un corso per diventare centralinista. Lo stesso corso che aveva fatto Alberto Stasi. Oggi l’ex militare ha 44 anni. La fine della pena è ancora distante per lui, ma non abbastanza per la famiglia di Melania Rea, che per lui sperava nell’ergastolo. Gli fu negato perché vennero meno le aggravanti.
Il papà di Melania Rea: per lei nessuna giustizia
Dopo 14 anni dalla morte della figlia, il papà di Melania Rea è tornato a parlare: «Non posso dire che Melania abbia avuto giustizia perché non l’ha avuta – ha detto a Il Centro Gennaro Rea -. Il marito l’ha uccisa con 35 coltellate mentre la loro figlioletta di 17 mesi era in auto, l’ha lasciata agonizzante in un bosco e dopo qualche giorno è tornato ad oltraggiare il corpo per depistare le indagini. Ma per i giudici questo non vuol dire essere crudeli. La stessa cosa nelle motivazioni della sentenza hanno detto di Turetta. Per i giudici essere crudeli significa altro, significa un altro modo di interpretare la sofferenza fisica. Ma che valore ha la sofferenza umana? Come si fa dire quanto possa soffrire una donna che vede l’uomo che ama colpirla fino alla morte?».

