La relazione della commissione parlamentare antimafia sul caso Campania

Relatore il Senatore Lombardi Satriani



Approvata dalla Commissione nella seduta del 24 ottobre 2000




Questa relazione si è avvalsa delle collaborazioni di molte persone che qui si intende ringraziare; in particolare per le prime due stesure il dott. Giovanni Melillo, magistrato, il dott. Gianfranco Donadio, magistrato, il dott. Roberto Sgalla, primo dirigente della polizia di stato, consulenti della Commissione; per l’ultima stesura si è avuto il prezioso apporto del dott. Raffaele Cantone, magistrato, consulente della Commissione. Si intende ringraziare, anche, la Segreteria della medesima Commissione per l’approntamento del testo.



INTRODUZIONE



1. Viaggio nell’inferno



«L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso e esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno e farlo durare, e dargli spazio», così Italo Calvino nelle sue «città invisibili». Anche il vasto universo della camorra napoletana si presenta come un inferno e, quel che più conta, rende inferno tutto ciò su cui si dispiega e anche in questo caso vi sono due modi per non soffrirne: accettare l’inferno magari negativizzandolo in maniera assoluta, senza tentare di indagarne le sue articolate ramificazioni, oppure impegnarsi in una analisi specifica dei suoi tratti caratterizzanti, dei suoi nuclei essenziali, dei suoi nodi fondamentali, perché l’inferno sia sempre più ridotto e, in prospettiva, eliminato nella sua configurazione e, ancor più decisivamente, nelle sue cause.
È questa seconda opzione la scelta che appare necessaria ed urgente, una scelta che non è solo necessaria ma anche possibile per la corrispondenza e l’alimento che essa certamente ritrova nelle grandi energie del popolo di Napoli e della Campania, nelle risorse anche culturali e morali della città e della regione, nelle ricche esperienze di rinnovamento di tante città e tanti comuni.

2. Il piano di lavoro e gli obiettivi perseguiti

La presente relazione si pone l’obiettivo di operare una indagine ricognitiva sul fenomeno «camorra» in Campania, che abbia la capacità di mettere a fuoco i punti essenziali che lo caratterizzano.
In tale direzione si pongono le indicazioni normative che hanno portato all’istituzione di questa Commissione parlamentare d’inchiesta. Nella legge istitutiva, n. 509 del 1o ottobre 1996, viene, infatti, esplicitamente affermato che fra i compiti della Commissione vi sono quelli di «accertare la congruità della normativa vigente, formulando le proposte di carattere legislativo e amministrativo ritenute opportune per rendere più coordinata e incisiva l’iniziativa dello Stato, delle regioni e degli enti locali e più adeguate le intese internazionali concernenti la prevenzione delle attività criminali, l’assistenza e la cooperazione giudiziaria; accertare e valutare la natura e le caratteristiche dei mutamenti e delle trasformazioni del fenomeno mafioso e di tutte le sue connessioni».
Al fine di espletare tali compiti istituzionali, la Commissione ha effettuato un primo sopralluogo nel giugno 1997 a Napoli, Caserta,

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Aversa, Torre Annunziata e Casal di Principe e un sopralluogo a Salerno nel marzo 1998, compiendo, poi, un ulteriore sopralluogo in Napoli nel giugno del 2000 al fine di acquisire gli ulteriori dati per la comprensione di quella che appare una realtà in continuo movimento.
Nel corso degli stessi sono stati ascoltati gli esponenti di tutti gli organismi istituzionali: dal Prefetto al Questore, dai vertice locali delle forze dell’ordine ai sindaci, dal Procuratore generale della Repubblica ai magistrati della Procura distrettuale antimafia, ai vertici di tutti gli Uffici giudiziari del distretto, dal Presidente della Regione a quello della Provincia ed al sindaco di Napoli, a esponenti di significative articolazioni della società civile quali Associazioni, gruppi di volontariato e così via.
Complessivamente sono state ascoltate oltre 150 persone.
Nel corso dei sopralluoghi, altresì, sono state acquisite varie relazioni scritte, in particolare, delle Prefetture e della Procura della Repubblica di Napoli ed è stata, altresì, acquisita la «Relazione sui problemi posti all’amministrazione della giustizia dalla criminalità organizzata in Campania» approvata dal CSM il 27 luglio del 2000, nonché la relazione annuale sul fenomeno della Criminalità organizzata redatta dal Ministro degli interni e si è tenuto conto di quanto affermato dal Procuratore Nazionale Antimafia, dott. Pier Luigi Vigna, nel corso dell’audizione del settembre 2000.
Le dichiarazioni di tutti coloro che hanno partecipato alle audizioni, sollecitate anche dai numerosissimi interventi dei membri della Commissione sono state regolarmente verbalizzate e trasfuse in quasi mille pagine.
Sono state convocate a Roma, inoltre numerose altre persone, quali Commissari straordinari dei comuni, i cui Consigli sono stati sciolti per mafia, la cui esperienza poteva essere utile per la comprensione di alcuni aspetti della realtà indagata.
Attraverso una riflessione su tali verbali, come sui numerosi documenti rilevanti pervenuti alla Commissione, si è tentato di delineare un quadro essenziale che, pur nella necessaria schematicità (una relazione che avesse riportato per intero le considerazioni ascoltate sarebbe stata, oltre che mostruosamente lunga, un inutile ripetizione di quanto già consegnato nei già citati verbali delle sedute), avesse non solo la capacità di fissare la rilevanza quantitativa e qualitativa del fenomeno ma che non dimenticasse, altresì, che esso nasce ed opera in uno specifico contesto socio-economico e culturale del quale occorre individuare gli aspetti essenziali e i contorni
In questa ottica il piano operativo della relazione sarà preliminarmente caratterizzato dalla individuazione della attuale situazione della camorra in Campania, dei settori e ambiti specifici di attività, tenendo conto che, in questi ultimi anni, agli ambiti tradizionali di attività se ne sono aggiunti nuovi che hanno dilatato il potere economico dell’organizzazione camorristica e, conseguentemente, la sua capacità pervasiva e la sua pericolosità.
Una ricognizione siffatta, e la verifica critica dei risultati assai importanti conseguiti dalla azione antimafia in questi anni nella economia, nelle istituzioni e nella politica è operazione necessaria per porsi realisticamente il problema di cosa fare, seguendo specifiche linee di intervento e fissando efficaci modalità operative.

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Si è consapevoli, infine, che tali linee di intervento e modalità operative conseguirebbero risultati parziali e, soprattutto, non duraturi, se non si affronta in pieno il problema di una diversa qualità della vita in Campania, regione nella quale, attraverso trasformazioni culturali adeguate e un’articolata strategia pedagogica nell’accezione di più ampia del termine, occorre instaurare una cultura della legalità e del rispetto di ciascuno.

3. La complessità dell’analisi ed i punti di riferimento della stessa

Chi si avvicina al fenomeno camorra non può fare a meno di verificare come esso sia stato per lungo tempo assolutamente sottovalutato, quasi a volerne esorcizzare l’esistenza.
Un importante studio di fine Ottocento la considerava un relitto storico.
Nel 1912, dopo il processo Cuocolo, relativo all’assassinio dei coniugi Gennaro e Maria Cuocolo (1906) e fondato sulle rivelazioni di Gennaro Abbatemaggio, pentito ante litteram, la si dette per finita.
Nel 1915 l’allora capo della camorra napoletana, Del Giudice, la dichiarò sciolta.
Il fascismo si vantò della sua ulteriore soppressione.
E. J. Hobsbawm, in un libro del 1959, «I ribelli», ne parla come di un qualcosa in via di estinzione.
A tale proposito, la relazione approvata nell’XI legislatura, sul punto ampiamente condivisibile, spiegava questi fatti storici con l’altissimo rapporto di integrazione di questa forma di criminalità con gli strati più poveri della popolazione, che nei momenti di difficoltà perde i suoi connotati specifici e si confonde con l’illegalità diffusa. Quando, poi, si ripresentano le condizioni idonee riappare, sia pure con significative diversità rispetto al passato.
In effetti più che di riapparizione si tratta di riproposizione, in fasi di particolare debolezza dello Stato e della società civile, di un modello criminale fondato sulla intermediazione violenta in attività economiche, legali e illegali, che si adegua ai caratteri che queste attività assumono nel tempo.
L’immersione corrisponde, in genere, non soltanto a momenti repressivi particolarmente efficaci, ma anche a politiche nazionali dirette a una integrazione dei ceti più poveri, come è accaduto durante l’età giolittiana, o a politiche di sviluppo industriale, come è accaduto in alcune fasi del secondo dopoguerra, che hanno dato a molti la possibilità di guadagnare un salario senza rivolgersi alla camorra.
Una situazione di tipo analogo – sia pure strutturalmente alquanto diversa – sembra del resto essere avvenuta anche in periodi a noi più vicini ed in particolare a metà degli anni 90, quando i notevolissimi risultati raggiunti nel contrasto fecero troppo presto gridare alla sconfitta definitiva della camorra. Le defezioni, sia nella forma del pentitismo che in quella molto più ambigua della dissociazione, anche di personaggi di vertice diedero l’illusione che la partita si potesse considerare vinta.
Ancora una volta, invece, la camorra in modo anche camaleontico era riuscita a mimetizzarsi aspettando di riemergere non appena si fossero ricreate le condizioni.

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Profondamente contraddittoria, del resto, è stata anche la reazione istituzionale, perché a ondate repressive si sono alternate fasi di disattenzione o, persino, di spregiudicata utilizzazione politica.
A questi e ad altri possibili esempi di notevole sottovalutazione del fenomeno possono essere contrapposti, però, rilevanti testimonianze di attenzione – queste per il vero risalenti per lo più a tempi recenti e soprattutto in questi ultimi anni -, sia sul versante politico-istituzionale che su quello scientifico e pubblicistico.
Non è questa la sede per richiamarle; sia sufficiente averle ricordate dopo aver doverosamente ricordato quanto il fenomeno camorra sia stato, spesso, sottovalutato.

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Se la sottovalutazione del passato ha reso più difficile l’approccio conoscitivo non vi è dubbio che un ulteriore elemento di particolare difficoltà è costituito da alcuni dati strutturali della camorra medesima.
In primo luogo a parte alcuni tentativi egemonici – quali quelli di Cutolo nei primi anni ’80, di Alfieri da metà degli anni ’80 fino ai primi del ’90 o quelli più recenti di Licciardi e del famoso cartello di Secondigliano – la struttura della camorra è sempre stata, in particolare quanto più forte è stata l’attività repressiva – alquanto pulviscolare.
Tra le forme di criminalità organizzata, la camorra si distingue, in pratica, per la mancanza di una «autorità» di vertice al di sopra dei gruppi che operano sul territorio e per la struttura prevalentemente orizzontale dei diversi sodalizi, che perseguono i propri interessi economico-criminali con un processo continuo di aggregazione e riaggregazione.
Sul territorio campano – ma per quello che si preciserà non tutte le zone sono interessate allo stesso modo, essendo la Camorra presente in particolare nella città di Napoli, nella sua provincia, in ampie zone di quella di Caserta, nell’agro nocerino sarnese e nella piana del Sele in quella di Salerno ed in modo ancora più limitato per le province di Avellino e Benevento – hanno operato un elevato numero di clan, gelosi della loro autonomia e pronti a darsi battaglia a suon di morti non appena si verificasse anche una piccola invasione di campo.
Le stesse articolazioni camorristiche fra di loro hanno caratteri tutt’altro che omogenei; accanto a strutture che hanno mutuato rituali e caratteri dai mafiosi siciliani – si pensi, a titolo esemplificativo, al clan Fabbrocino o a quello dei casalesi sotto la gestione della diarchia Bardellino-Iovine, entrambi tipici sodalizi mafiosi – vi sono organizzazioni locali che paiono mutuare più che i caratteri dell’associazione mafiosa quelli delle classiche bande criminali, tipiche delle periferie delle città europee.
Questa affermazione – che ovviamente non vuole affatto sminuire la pericolosità delle organizzazioni criminali campane ma che anzi evidenzia il rischio di una continua esclation di violenze difficili da controllare, proprio per l’assenza di capi carismatici – potrebbe persino giustificare un uso diverso del termine «camorra» che si limiti ad indicare tutti quei fenomeni criminali organizzati che in comune hanno il fatto di operare nell’unica regione.

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È chiaro che una disomogeneità come quella evidenziata rende certamente più problematico un qualsivoglia approccio di conoscenza.

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Un ulteriore elemento di complessità dell’indagine non può non essere rappresentato dalla estrema capacità di gran parte dei fenomeni camorristici di pervadere il tessuto sociale nel quale operano.
L’omertà individuata in alcuni contesti della città di Napoli o della provincia di Caserta non è soltanto dettata da paura ma, almeno in alcune occasioni, da condivisione di un modus vivendi alternativo rispetto al modello comune.
Come potrebbero del resto spiegarsi quei – per fortuna non tantissimi – veri e propri assembramenti in alcuni quartieri cittadini o in alcune zone della provincia napoletana e casertana a difesa degli spacciatori di droga o per impedire le attività di indagini della polizia giudiziaria.
In questa stessa chiave di lettura può, del resto, essere vista la generale tolleranza del contrabbando di sigarette; in nessun altro contesto territoriale – nemmeno nei quartieri a più alta densità mafiosa della Sicilia – è mai avvenuto una così ampia e massiccia vendita illegale – costituente, comunque, reato penale – alla luce del giorno e spesso sotto gli occhi disinteressati delle stesse forze dell’ordine e benevoli dei cittadini.

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Se non vi è dubbio che l’humus ideale per lo sviluppo della criminalità organizzata sono il disagio sociale, le situazioni di emarginazione e di sottosviluppo un’analisi onesta e completa del fenomeno camorra non può che smentire come valida sempre e comunque l’equazione «questione criminale» = «disagio sociale».
La criminalità camorristica – ed in particolare i suoi vertici – non necessariamente provengono da situazioni di povertà e di sottosviluppo. Da questo proviene gran parte della manovalanza criminale, spesso sacrificata nelle lotte tra i clan, ma in molte occasioni i reali gestori delle attività delle consorterie criminali sono soggetti che vi dedicano per fare il salto di qualità dal punto di vista economico – forse che il pentito Galasso non è un macroscopico esempio che conferma la validità dell’assunto – e per acquisire rispetto nei loro ristretti ambiti locali. Non sembri un paradosso ma il camorrista degli anni ’90 e del 2000 veste sempre più i panni dei «colletti bianchi» ed assume i connotati tipici di chi si propone di fare a tutti i costi una scalata sociale alla grande ricchezza ed al grande potere. Solo un personaggio di tal tipo può avere la capacità – necessaria per la sopravvivenza di questa forma di criminalità – di tenere i contatti con i più svariati ambienti delle istituzioni.
Il dato sopra indicato introduce senza dubbio un’ulteriore variabile che non può non rendere più complesso l’approccio con questa criminalità organizzata.

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Quanto detto fino a questo momento non può e non vuole certamente dare un connotato di inconoscibilità alla entità camorra – ovviamente, niente delle azioni umane è inconoscibile, ontologicamente refrattario alla tensione conoscitiva -; non vi è dubbio però che quanto meno lineare si presenta il fenomeno molto più complessa sarà l’analisi da effettuare.
A questo riguardo va certamente detto che il compito della Commissione è, però, agevolato non soltanto dal già sottolineato interesse della pubblicistica all’analisi di questa forma criminale ma, per quel che ne occupa, dall’esistenza di una precedente relazione, approvata nel corso dell’XI legislatura, ed il cui relatore è stato l’on. Violante, che ha già approfondito gran parte delle questioni rappresentando lo stato della situazione fino al 1993, facendo sì che questa commissione potesse certamente considerare il proprio lavoro come un tentativo di saldarsi idealmente a quello, mettendo in rilevo le novità e le caratteristiche emerse negli ultimi anni.
Pur non essendo stata approvata mai dalla Commissione, nella XII legislatura fu presentata una ulteriore relazione che, comunque, non può non fornire elementi utili per l’analisi che si andrà facendo.
Il relatore ha anche fatto propri alcuni spunti e considerazioni provenienti dai documenti elaborati dalla minoranza.

Doc. XXIII n. 46

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PARTE I
QUADRO GENERALE

1 Trasformazione della criminalità camorristica dal 1993 ai giorni nostri; cenni di carattere generale.

Può certamente darsi per acquisito un profondo mutamento del contesto criminale rispetto a quello emerso dalle indagini che avevano portato, fra il 1993 ed il 1994, a significativi risultati giudiziari, per merito, essenzialmente, del contributo conoscitivo fornito dai collaboratori di giustizia che, per le posizioni di vertice ricoperte all’interno delle rispettive organizzazioni, avevano consentito, con le loro rivelazioni, di penetrarne i più reconditi segreti.
Proprio in virtù delle indagini scaturite da queste dichiarazioni si era riusciti ad infliggere notevoli colpi alle bande più potenti operanti in Campania.
A Napoli, taluni clan (quelli dei Quartieri Spagnoli e quelli che controllavano il Rione Traiano) sembravano, ormai, definitivamente smantellati.
In provincia di Napoli, le inchieste effettuate avevano portato allo scompaginamento dell’organizzazione di Carmine Alfieri come entità dotata di propria autonomia, mentre gran parte dei gruppi in essa confluiti si era disciolta per la collaborazione di numerosi loro capi, che aveva condotto all’arresto della quasi totalità degli affiliati.
Nella zona di Torre Annunziata e Castellammare di Stabia complesse e difficili investigazioni avevano condotto alla pressoché completa disarticolazione delle bande camorristiche facenti capo a Valentino Gionta e a Michele D’Alessandro, entrambi organicamente legati a famiglie mafiose siciliane. A quello stesso contesto criminale – e cioè al clan di Torre Annunziata in alleanza con quello Nuvoletta di Marano – e grazie alle collaborazioni di aderenti a quei sodalizi si era riuscito ad addebitare uno dei più efferati crimini commessi in Napoli che aveva realmente scosso l’opinione pubblica campana e cioè l’omicidio del giovane giornalista Giancarlo Siani. Tutti i procedimenti in parola che avevano visto anche il coinvolgimento di personaggi della locale politica e che avevano avuto nelle locali amministrazioni posizioni di vertice hanno visto poi condanne in primo grado (1).

(1). Merita in particolare una citazione la vicenda del giornalista Giancarlo Siani, ucciso nel settembre del 1985. Il procedimento che era immediatamente sorto dopo il feroce episodio aveva imboccato la pista dei mandanti napoletani. L’indagine che venne condotta dall’allora procuratore generale Vessia e che si concluse con l’ampio proscioglimento degli imputati scatenò nel mondo giuridico napoletano pesanti polemiche. Successivamente la DDA di Napoli, nella persona del sostituto D’Alterio, grazie all’apporto anche di collaboratori di giustizia ha ricostruito la genesi dell’omicidio – la volontà dei clan Gionta e Nuvoletta di liberarsi di uno scomodo cronista – individuando mandanti ed esecutori. La ricostruzione accusatoria è risultata confermata nella sentenza della Corte di Assise di Napoli del 14 aprile 1997 che ha condannato come mandanti Valentino Gionta ed Angelo Nuvoletta alle pene rispettivamente di anni trenta di reclusione e dell’ergastolo, pene confermate dalla Corte di assise di appello in data 7 luglio 1999.

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Nel casertano, erano stati eseguiti – grazie anche alla collaborazione di un personaggio dal cognome «eccellente», Carmine Schiavone – centinaia di arresti per innumerevoli ed efferati episodi criminosi; e, soprattutto, era stato raccolto il materiale per ricostruire decenni di attività illecite nonchè per individuare i responsabili di alcuni omicidi eccellenti – quali quello contro il sindacalista Imposimato, di recente conclusosi con una sentenza di condanna che ha sancito l’esistenza di un patto tra la camorra casertana, la mafia siciliana e quella della banda della Magliana (2), nonchè quello contro il sacerdote Don Peppino Diana (3) -; erano state scoperte strutture e strategie criminali e collusive di eccezionale livello di pericolosità, per oltre 15 anni sottratte, di fatto, a ogni incisiva azione di contrasto.

(2). Ci si riferisce alla sentenza della II sezione della Corte di Assise di S. Maria C.V. del 17 maggio 2000 che ha condannato Giuseppe Calò e Lubrano Vincenzo alla pena dell’ergastolo.
(3). Con ordinanza cautelare emessa dal Gip presso il Tribunale di Napoli risultano individuati mandanti ed esecutori dell’omicidio, nelle persone di Quadrano Giuseppe, Nunzio De Falco, Piacenti Francesco, Verde Vincenzo, Santoro Mario e Della Medaglia Giuseppe. Il processo si trova attualmente ancora al vaglio della Corte di Assise di S. Maria C.V.

Nel salernitano, territorio storicamente condizionato dalla camorra napoletana, i pentimenti di Alfieri e Galasso avevano suscitato ulteriori collaborazioni che di fatto avevano disarticolato tutte le organizzazioni più pericolose.
La situazione che ne era derivata era stata quella di una sostanziale polverizzazione delle associazioni criminali, con il fallimento dei tentativi «federativi» di cui erano stati in precedenza espressione la N.C.O. di Raffaele Cutolo e la «Nuova Famiglia»; struttura quest’ultima dalla quale erano sorti il clan dei Casalesi e quello capeggiato da Carmine Alfieri, che tale schema organizzativo avevano portato avanti sino a divenire, per potenza militare e capacità di infiltrazione negli apparati dello Stato, i più importanti sodalizi della regione.
Con l’andare del tempo, dunque, si erano rese sempre più evidenti caratteristiche di crescente «frammentazione anarcoide» della camorra napoletana, tendente ad aggregazioni e riaggregazioni suscettibili di continua composizione e scomposizione sul modello delle bande criminali urbane di tipo americano, alle quali era già stato imputato l’elevatissimo numero di omicidi che aveva caratterizzato il 1996 e il 1997; e ciò derivava essenzialmente, più che da caratteristiche di tipo genetico della delinquenza, da una sorta di condizione di fluidità seguita ai numerosi colpi inflitti ai vecchi assetti criminali dall’operato della magistratura e delle forze dell’ordine, che imponeva la ricerca di nuovi assetti e gerarchie in una cruenta lotta ingaggiata tra i clan per il controllo delle attività illecite.
D’altra parte, l’arresto dei capi storici delle organizzazioni vincenti aveva determinato il riemergere di antiche rivalità, di antagonismi e di nuove ambizioni da parte di gregari che, mal tollerando il permanere della supremazia degli antichi vertici ormai privati della libertà, si erano resi protagonisti di scissioni o della costituzione di nuovi gruppi in aperto contrasto con i tradizionali apparati gerarchici

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esistenti, cagionando, in occasione di episodi eclatanti – quali l’omicidio di Silvia Ruotolo e l’esplosione dell’autobomba in via Cristallini, su cui fra breve si ritornerà – non indifferenti turbamenti per l’ordine pubblico, così da giustificare l’adozione di provvedimenti straordinari, come il ricorso all’Esercito per la tutela degli obiettivi a rischio.
In questo periodo va segnalato il tentativo da parte di un gruppo criminale, in particolare quello di Secondigliano facente in un primo momento capo a Gennaro Licciardi, di affermarsi come unico punto di riferimento di tutti i sodalizi della città ed in parte della provincia.
L’escalation degli episodi di violenza nella città capoluogo in quel periodo – che non trova omogenea corrispondenza nelle altre zone della Campania – merita di essere ripercorsa proprio perchè emblematica della situazione criminale determinatasi

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Terminata da poco la violenta guerra di mafia tra la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e la Nuova Famiglia alla quale lo stesso Licciardi apparteneva, quest’ultimo maturò fin da quel periodo, il proposito, consapevole della propria forza criminale e dei legami di solidarietà e di affinità che lo legavano ad altri gruppi camorristici già aggregati nel cartello anticutoliano, di estendere il proprio dominio, partendo dal quartiere di Secondigliano nel quale operava originariamente, a tutta la città.
Primo atto di questo disegno fu la nascita di una «federazione» fra il clan Licciardi ed i clan dei fratelli Mallardo, operante in Giugliano in Campania, zona confinante con Secondigliano, e con quello di Edoardo Contini, operante nei quartieri del Vasto e nelle zone del rione Amicizia e di San Giovaniello.
I vincoli di alleanza criminale erano cementati da stretti legami familiari, avendo gli omonimi capi dei gruppi camorristici sposato tre sorelle.
All’interno di questa stabile aggregazione criminale lo stesso Gennaro Licciardi assunse un ruolo di aperta leadership, forte del carisma e del prestigio criminali acquisiti nel corso degli anni del sanguinoso scontro con i cutoliani.
Già all’epoca, infatti, Licciardi poteva contare su un manipolo di fedelissimi sottocapi a lui profondamente legati da vincoli di amicizia e divenuti a loro volta capi di altre strutture camorristiche operanti nello stesso contesto cittadino.
È il caso dei gruppi criminali facenti capo a Gaetano Bocchetti, operante in Secondigliano, alla famiglia Lo Russo, operante prima nella zona della Masseria Cardone e poi nei quartieri di Marianella e Piscinola, a Luigi Esposito, operante nelle zone di San Pietro a Patierno e Casavatore (unitamente al gruppo di Ernesto Vacca), a Gaetano Guida, operante nella zona di Miano, a Gaetano Stabile, operante nel quartiere di Chiaiano ed infine di quello capeggiato da Costantino Sarno, operante nella zona di Miano.
La forza militare e finanziaria di questa originale struttura criminale era tale, già all’inizio degli anni ’90, da collocare Gennaro Licciardi in un ruolo di assoluta centralità nelle dinamiche criminali napoletane, divenendo il riconosciuto punto di riferimento nel quadro

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di equilibri tradizionalmente mutevoli, arbitro o feroce risolutore di ogni controversia di rilievo.
L’esistenza di tale struttura criminale risulta accertata processualmente in modo definitivo.
All’epoca (17 novembre 1994) in cui fu pronun>

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Transfer interrupted!
poli che condannava Gennaro Licciardi ed alcuni dei suoi più fidati uomini quali promotori ed organizzatori del cartello criminale appena descritto, il controllo diretto della consorteria criminale si era ormai esteso ad altre zone della città (in particolare alle zone di Posillipo, della Torretta, del Vomero, dell’Arenaccia, di Barra), attraverso l’azione di gruppi criminali tutti operanti sotto il controllo della famiglia Licciardi.
La morte, avvenuta nei mesi successivi nel carcere di Voghera per setticemia, del detenuto Gennaro Licciardi ha segnato il momento d’avvio di una crisi di questo sostanziale nuovo equilibrio che è alla base delle successive (e ancora attuali), violentissime contrapposizioni criminali.
La prima manifestazione della difficoltà di conservare l’equilibrio mafioso garantito dal ruolo di Licciardi è stata rappresentata dallo scontro armato tra il clan Stabile e il clan di Costantino Sarno.
Quest’ultimo gruppo camorristico, forte dell’appoggio degli altri gruppi parte della federazione Licciardi, tentava così di impadronirsi del mercato degli stupefacenti.
Il sanguinosissimo scontro, iniziato nell’ottobre del 1995, si concludeva nei primi mesi del 1997 con il prevalere dell’alleanza di Secondigliano.
La morte del capo dell’alleanza criminale dava, però, il via, anche nella stessa zona di Secondigliano a rivalità e lacerazioni interne.
Gruppi guidati da personaggi sino ad allora di secondo piano tentavano di approfittare dello stato di confusione per conquistare una propria autonomia.
Emblematico, nella catena di fatti di sangue, é l’omicidio di Silvia Ruotolo, uccisa nel corso di una violenta sparatoria scatenata in pieno giorno nelle strade del quartiere Vomero al fine della realizzazione di un agguato camorristico organizzato, secondo la ricostruzione investigativa attualmente al vaglio dibattimentale, dal gruppo camorristico di Giovanni Alfano che aveva tentato di estendere la propria sfera di influenza tradizionale dal Vomero alla zona di Posillipo.
La repressione violenta di queste tendenze centrifughe consentiva il rinsaldarsi del potere della famiglia Licciardi, ma anche la trasformazione della struttura di governo criminale dell’alleanza camorristica vincente, sostituendosi alla condizione di predominio personale di Gennaro Licciardi una sorta di struttura di coalizione composta dai principali «luogotenenti» e da alcuni dei familiari del Licciardi, in grado di affermare il proprio predominio in quasi tutte le aree metropolitane, assorbendo le organizzazioni minori ovvero annientando i più agguerriti sodalizi rivali.
Si concludeva così una prima fase di grandissimo allarme per la situazione dell’ordine pubblico a Napoli.
In questa fase, era comunque la zona di Secondigliano il teatro degli scontri più sanguinosi.

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Estendendosi presto nel resto della città, nei primo mesi del 1997 aveva, infatti, avuto inizio un durissimo scontro tra i successori di Licciardi e il clan Prestieri, legato al potente gruppo rivale di Paolo Di Lauro pure operante in Secondigliano. In tale guerra trovavano la morte una decina di persone tra i quali Vincenzo Esposito, figlio di Gennaro e nipote di Gennaro Licciardi, il quale, ancorché minorenne, era divenuto il sicario più spietato dell’organizzazione.
La temporanea condizione di crisi della «federazione» ruotante attorno alla famiglia Licciardi si ripercuoteva negli assetti criminali di altre zone della città, innescando il riacutizzarsi, nella zona orientale, di antiche faide tra i clan Mazzarella e Rinaldi, Formicola ed Altamura che progressivamente coinvolgevano anche i gruppi Reale, Cuccaro-Alberto-Aprea e Sarno.
Gli scontri armati che ne sarebbero seguiti, costati decine di morti, avrebbero sconvolto la vita dei quartieri di San Giovanni a Teduccio, Barra e Ponticelli.
La tumultuosità degli eventi delittuosi sarebbe stata contestualmente accresciuta dall’improvvisa e gravissima rottura dei rapporti tra Costantino Sarno ed il resto dell’Alleanza di Secondigliano, risoltasi, in breve tempo, nell’assassinio di numerosi elementi del clan Sarno ed nell’isolamento dello stesso Sarno, costretto a risiedere nel territorio della ex Jugoslavia e quindi a costituirsi, iniziando una collaborare con la giustizia, poi interrotta.
La rottura aveva avuto per causa diretta la spartizione degli enormi guadagni connessi al controllo del contrabbando di tabacco lavorato estero, settore la gestione del quale Sarno aveva rivoluzionato, introducendo metodologie innovative che, unitamente ai guadagni, avevano condotto, di fatto, l’alleanza di Secondigliano a egemonizzare, così comprimendosi i tradizionali interessi concorrenti del clan Mazzarella e degli altri gruppi attivi nella zona orientale della città, il controllo diretto della quale, a sua volta, trattandosi di area prossima ad un importante processo di investimenti e di sviluppo economico, obiettivo non secondario dei cartelli criminali.
In tale scenario affaristico-criminale risiedono le ragioni della guerra di camorra, che ha visto violentemente contrapporsi il cartello camorristico ormai noto come l’Alleanza di Secondigliano e i gruppi camorristici organizzati attorno agli interessi della famiglia Mazzarella.
Nel breve volgere di poche settimane, attraverso delitti che si sono susseguiti anche a distanza di poche ore l’uno dall’altro, si consuma una serie di delitti che pare inarrestabile.
Il delitto che innesca la guerra di camorra in questione è stato l’omicidio di Vincenzo Siervo, da sempre legato a Mazzarella, ucciso in Casoria il 25 gennaio 1998.
Il giorno successivo, a seguito di agguato dettato da evidenti finalità ritorsive, vengono uccise quattro persone – viene colpito anche Salvatore Vollero coinvolto nella sparatoria in maniera del tutto occasionale – risultate appartenenti al clan di Edoardo Contini, detto «o Romano».
Lo scontro non si esauriva in questo eclatante agguato, anzi proseguiva ancora con un nuovo tentativo di omicidio (in danno di Ciro

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Uccello, legato alla banda Contini), verificatosi il successivo 11 febbraio.
Nello stesso giorno, veniva rinvenuto il cadavere di un affiliato al clan Mazzarella.
Il 12 febbraio veniva ucciso Sergio Annunziata altro membro del clan Mazzarella, il giorno seguente lo slavo Aceski, pure considerato inserito nel clan Mazzarella.
Il 16 febbraio aveva luogo una sparatoria innanzi al portone d’ingresso della casa circondariale di Poggioreale, nel pieno di un’area presidiata dall’esercito a seguito della quale veniva ucciso Francesco Mazzarella (padre di Vincenzo, capo dell’omonima organizzazione e reale obiettivo dell’agguato) e gravemente ferito Antonio Palladino. Dopo pochi minuti, il cadavere di Egidio Cutarelli veniva abbandonato da un’auto in corsa dinanzi a un ospedale cittadino.
Le indagini consentivano di comprendere che dinanzi all’edificio penitenziario vi era stato uno scontro aperto tra i componenti dei due gruppi contrapposti.
Infatti, quella sera doveva essere scarcerato Vincenzo Mazzarella, essendo noto che non era stato convalidato il fermo disposto nei suoi confronti due giorni prima per il delitto di concorso in altro omicidio. Pertanto, sul luogo si erano recati componenti del clan di appartenenza per accoglierlo e scortarlo a casa, nonché membri dei clan avversari, animati da ben diverse intenzioni.
Nell’imminenza della effettiva scarcerazione i due gruppi armati entravano in contatto e ne scaturiva un conflitto a fuoco che vedeva, da un lato, la morte del Cutarelli, membro dell’Alleanza di Secondigliano e dall’altra il ferimento del Palladino, accompagnatore del vecchio Mazzarella che trovava, invece, la morte.
Nonostante il clamore degli eventi e la pressione delle indagini di polizia, il successivo 23 febbraio veniva ucciso Giovanni Mallo, il 24, all’interno di una concessionaria di autovetture nella quale aveva cercato riparo, Salvatore Alfano, entrambi membri del clan di Sarno Costantino che avevano deciso di schierarsi con il clan Mazzarella, offrendo basi logistiche all’interno dell’area di Secondigliano.
Il 26 febbraio, nei pressi della stazione di Piazza Garibaldi, veniva ucciso Gennaro Guardigli.
Il 27 febbraio venivano uccisi Enrico Figliolini e Carmine Zambello nei pressi di Porta Nolana, zona controllata direttamente dal clan Mazzarella, cui i due erano affiliati.
La brutale catena di fatti di sangue appena ricordato ha rischiato di trascinare in una spirale inarrestabile di lutti e terrore le speranze di crescita economica e civile di un’intera comunità.
Quelle violenze, del resto, non si sarebbero arrestate.
Il gruppo camorristico facente capo ai Mazzarella da tempo, del resto, aveva deciso di intraprendere con determinazione lo scontro con i clan di Secondigliano, a tal fine ricucendo tradizionali rapporti di alleanza, quale quello con la banda Misso, ancora attiva nel centrale rione Sanità ed oggetto delle mire espansionistiche del cartello di Secondigliano, attraverso il clan Lo Russo.
La gravità eccezionale della situazione nella quale agiscono feroci gruppi criminali in grado di disporre di armi in gran quantità e del

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