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mercoledì, Maggio 18, 2022
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A Melito, nei quartieri dello spaccio


La mercedes nera arriva sgommando. Il rione sembra deserto. Solo qualche gatto gioca con i manifesti pubblicitari strappati da mani ignote e gettati sui marciapiedi. I portoni delle case sono sprangati. Alle finestre non ci sono imposte ma spesse grate di ferro. Sui muri sgretolati e scheggiati si notano i buchi provocati dalle pallottole. Tutto intorno un silenzio carico di tensione e di indifferenza. Dall’auto scendono due giovani, due capizona. Avranno al massimo venticinque anni. Vestono in modo elegante, portano occhiali scuri. Parlottano con tre-quattro ragazzini, le palpebre arrossate dall’eroina, gli occhi lucidi e assenti. Pochi secondi, qualche formalità. Ecco il gioco è fatto: una busta contenente le dosi di crack scivola nella mano di uno che stringe nell’altra una mazzetta di soldi, 300-400 euro. Un rapido saluto, uno sguardo di intesa e i due giovanotti svaniscono nel dedalo di viuzze di Melito. La storia si ripete ogni giorno, ad ogni ora. Sotto gli occhi di tutti, nel rione 219, crocevia di questo paesotto dell’entroterra napoletano sventrato dalla speculazione edilizia. E anche ieri, all’indomani del blitz che ha portato in cella gli eredi del clan Di Lauro e quelli della fazione scissionista, pusher e sentinelle hanno ripreso a lavorare. Più discreti, meno numerosi, ma puntuali come sempre. Perché gli affari sono affari, e non sarà di certo una maxiretata a fermare quel business che fattura 500mila euro al giorno.
Qui, nel rione di edilizia popolare di Melito, abitava gran parte dei fermati. Ed è qui che il clan Di Lauro gestisce le piazze di spaccio più redditizie. Nomi e ruoli dei «fiduciari» sono contenuti nelle oltre cinquecento pagine del decreto di fermo. Spunta così Maurizio Maione («capozona di Melito»), Pasquale Malavita («responsabile delle piazze di spaccio di Melito e Secondigliano»), Pietro Esposito («responsabile della piazza di spaccio di via Danubio»), Daniele Perone (il fiduciario del baby boss Salvatore Di Lauro e «responsabile dello spaccio in via Cupa Sant’Antimo») e Gennaro Parisi («responsabile delle estorsioni»). Per tutti l’accusa è di «aver costituito un’associazione camorristica che si avvale per la forza intimidatrice del vincolo associativo e delle condizioni di assoggettamento e di omertà che ne derivano».
Ma a Melito non c’è spazio solo per i dilauriani. Dopo la guerra di camorra che ha prodotto più di cinquanta morti in pochi mesi, anche gli scissionisti hanno ripreso a lavorare. Il gruppo – secondo quanto emerge dal decreto di fermo – controllerebbe, oltre ad una parte dei territori di Scampia, Secondigliano e Melito, anche i Comuni di Mugnano, Arzano e Casavatore. Anche qui, osservano gli investigatori, l’organizzazione delle piazze di spaccio avviene attraverso «strutture ben organizzate», al punto da multare di 50 euro chi commette un’infrazione. «Le piazze – si legge nei verbali – sono dotate di una limitata autonomia ma sempre riferite alla organizzazione centrale, caratterizzate da una precisa pianificazione del lavoro, da una codificata ripartizione dei compiti anche attraverso la predisposizione di turni di lavoro e orari prefissati».

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