A volte non tutti i mali vengono per nuocere. E così può accadere che un processo dimenticato si trasformi in un asso inaspettato anziché in una nuova occasione di polemica sulle disfunzioni della Giustizia – scrive Manuela Galletta su Metropolis – Ovviamente il punto di vista cambia a seconda del giocatore cui è toccato o non è toccato il colpo di fortuna. La curiosa storia di processo risucchiato dalle sabbie mobili dell’oblio arriva da Napoli e riguarda un (presunto) boss della camorra.
Nell’aprile del 2013 Ettore Bosti, figlio del ras Patrizio e investito del ruolo di capo del clan Contini, venne assolto in Corte d’Assise dall’accusa di aver ordinato l’omicidio di Ciro Fontanarosa. Venne assolto dal sospetto di aver chiesto la testa del 17enne perché questi s’era dapprima rifiutato di entrare a far parte del clan, preferendo continuare ad operare come rapinatore ‘solitario, e aveva poi schiaffeggiato pubblicamente Ettore Bosti durante una lite. Da allora sono trascorsi tre anni e Bosti non è mai più tornato in aula per difendersi da quella contestazione e questo benché la Direzione distrettuale antimafia di Napoli abbia al tempo impugnato la sentenza di assoluzione proponendo ricorso ai giudici dell’Appello.
Su questo procedimento Bosti è libero, il che ha fatto scivolare il processo sotto la pila delle cause che hanno la priorità. Laddove la priorità è stabilita dallo status detentivo dell’imputato di turno. Se fino a pochi mesi fa il ritardo nella fissazione del processo ha fatto storcere il naso alla procura, adesso la storia s’è ribaltata. Sul tavolo della procura sono piovute le dichiarazioni di un nuovo collaboratore di giustizia, un ex malavitoso di mezza tacca del clan Contini che dichiara di avere informazioni sulla morte di Ciro Fontanarosa e sul coinvolgimento di Bosti in ordine al delitto. È l’asso che non ti aspetti. Se il processo avesse camminato lungo un binario regolare, a quest’ora
i giochi sarebbero potuti essere già chiusi. E non necessariamente col finale sperato dalla procura, bensì con un’assoluzione dell’imputato. E la procura non avrebbe potuto più utilizzare i verbali di recente acquisiti. Ora, invece, la partita giudiziaria potrebbe cambiare volto. Le dichiarazioni di Carmine Esposito entreranno a far parte del fascicolo contro Fontanarosa e saranno valutate dai giudici della Corte d’Assise d’Appello quando sarà fissata la celebrazione del processo. Ma cosa racconta il nuovo pentito? Esposito riporta informazioni apprese nel ‘circuito’ criminale, «dalla malavita di strada» dice lui. Informazioni che ricalcano in pieno la tesi che la procura ha sostenuto in primo grado ma che non passò il vaglio da parte della Corte d’Assise.
In secondo grado la procura generale potrebbe tuttavia cavalcare questo racconto come riscontro alle accuse del solo pentito che ha puntato l’indice contro Bosti, Vincenzo De Feo, e che non è stato sufficiente per sorreggere un verdetto di condanna. Questo sempre che la lentezza burocratica non regali alla Dda un altro inaspettato asso.
Omicidio Fontanarosa, c’è una clamorosa svolta: ora il capo del clan Contini rischia la condanna
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