Intercettazioni inutilizzabili e fonti di prova irrimediabilmente perdute: il pm Vincenza Marra chiede il non luogo a procedere o l’assoluzione per non aver commesso il fatto per cinquanta imputati. Traffico di droga e associazione mafiosa per un processo, uno dei tre filoni sul clan Nuvoletta, che si sta celebrando da anni presso la prima sezione penale del tribunale di Napoli. Una sorta di «resa», quella della pubblica accusa, dettata essenzialmente dall’impossibilità di trascrivere gran parte delle intercettazioni, ambientali e telefoniche, che portarono all’arresto di cento persone, tra cui capi e gregari delle due potentissime organizzazioni criminali.
Le ordinanze di custodia cautelare, emesse nel lontano 2002, avevano tratto fondamento proprio da quelle intercettazioni oggi ritenute non più utilizzabili: fonti di prova che purtroppo sono andate disperse.
Quelle intercettazioni, che erano state estrapolate in svariati contesti investigativi, prevedevano – come chiarito dai periti nominati dal tribunale – l’utilizzo di apparecchiature di registrazione oggi ritenute ampiamente superate e quindi non più trascrivibili in svariate parti. Tutto in alto mare, insomma. Il processo è destinato ad andare in archivio (le sentenze saranno pronunciate a gennaio) con un nulla di fatto, dopo anni di lavoro e risorse impiegate dai magistrati inquirenti e dai carabinieri.
Le difese, in un simile contesto, hanno avuto vita facile e non hanno consentito alla pubblica accusa di avvalersi dei vecchi «brogliacci» utilizzati nelle prime fasi dell’inchiesta. Beneficeranno della situazione, per intervenuta prescrizione (tempo prezioso, infatti, è andato perso nel tentativo di ricostruire in modo valido gli elementi probatori) oppure per non aver commesso il fatto tutti gli imputati, molti dei quali già condannati per analoghi reati e in regime di detenzione. Per le difese, in pratica, si tratta di una duplicazione di altri filoni processuali.
Nomi di primo piano, come quello di Armando Del Core, alias «’o Pastore», killer del clan Nuvoletta condannato all’ergastolo per l’omicidio del giornalista del «Mattino» Giancarlo Siani. Nella lunga lista degli imputati figurano altri personaggi «eccellenti» della malavita organizzata partenopea: c’è il boss Raffaele Abbinante, meglio noto come «Papele ‘e Marano», cresciuto all’ombra dei padrini Lorenzo e Angelo Nuvoletta e divenuto poi uno dei capi clan più potenti di Secondigliano e Scampia; Luigi Esposito, alias «‘o Celeste», ritenuto vicino alla fazione criminale degli Orlando, storico gruppo di Marano legato da vincoli di parentela con la famiglia Nuvoletta. Ma a beneficiare delle più che probabili assoluzioni saranno anche i rampolli della famigerata famiglia di Montesanto: Filippo Nuvoletto, già detenuto da alcuni anni, Giovanni e Salvatore Nuvoletta, figli e nipoti di quei boss che avevano stretto legami solidissimi con la mafia siciliana e in particolare con la fazione Corleonese capeggiata da Totò Riina.
L’indagine sui Nuvoletta, gli Abbinante e gli altri imputati era partita nel 1999. Un’inchiesta articolata, quella condotta dal comando provinciale dei carabinieri, che aveva fatto emergere le relazioni esistenti tra i due clan nell’ambito del traffico internazionale di stupefacenti: hashish soprattutto, l’attività illecita da sempre più fiorente per le potenti organizzazioni criminali di Marano. Nel mirino della magistratura napoletana, che si era avvalsa anche dei racconti di alcuni collaboratori di giustizia, erano finite cento persone: capi clan, gregari, pusher ma anche professionisti e commercianti. Il principale collaboratore di giustizia è Massimo Tipaldi, affiliato al clan Nuvoletta e pentitosi proprio alla fine degli anni Novanta. Rivelazioni, riscontri che non avranno alcuna influenza su un processo che ormai si avvia alle battute finali.
IL MATTINO


