Un infermiere preso a calci, un altro aggredito verbalmente da un ammalato già da qualche giorno ricoverato in uno dei reparti considerati tra i più «tranquilli» al Cardarelli di Napoli, dove ieri sono sopraggiunti i carabinieri. E non è tutto.
Il personale ha paura di tornare al lavoro.
«Questo è solo l’ultimo caso di violenza», interviene il sindacalista Uil Salvatore Siesto. «Un altro collega è stato percosso, ad esempio, non appena è stato trasferito nel dipartimento di emergenza accettazione. Un altro, ancora, è finito addirittura in rianimazione: steso letteralmente da un maestro di karate, un episodio, tra i più gravi, avvenuto qualche anno fa».
Il problema, purtroppo, non nasce oggi. Risale esattamente a 10 anni fa l’indagine sulla violenza realizzata dall’Ordine dei medici di Napoli. Allora 640 professionisti dichiararono di aver subito aggressioni e intimidazioni sul posto di lavoro: il 9 per cento degli intervistati in una sola occasione, il 91 per cento più volte.In particolare, il 13 per cento del campione segnalò intimidazioni a mano armata, il 55 per cento minacce verbali, il 20 per cento d’aver assistito impotente ad atti vandalici.
L’indagine si svolse su base volontaria, con un campione non omogeneo e parziale e coinvolse il 12 per cento dei camici bianchi iscritti all’organismo di categoria che raccolse l’invito a rispondere al questionario diffuso tramite il proprio bollettino mensile. Ma, già allora, i risultati furono indicativi di «uno stato di allerta generale», sottolineò Silvestro Scotti, nel 2006 consigliere e oggi presidente dell’Ordine di Napoli. Nella mappa della paura, tracciata dagli operatori, erano anche indicate le zone considerate più a rischio: Pozzuoli, Giugliano, Pomigliano d’Arco e Nola, passando per Pollena Trocchia e per altri comuni dell’hinterland, dove un chirurgo su tre del campione aveva anche chiesto il trasferimento come reazione alle ripetute minacce e soprusi. Nell’area vesuviana e in costiera sorrentina si registrava, inoltre, il maggior numero di «denunce inefficaci», tra il 12 e il 14 per cento dei casi segnalati alle autorità competenti.

