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Da promessa del pallone a uomo della camorra. Il ruolo del calciatore nell’omicidio in diretta

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Da promessa del calcio professionistico, da atleta con un futuro di competizioni tutte da vivere, a vedetta al servizio dei killer. Eccola la traiettoria esistenziale di Luca Mazzone, il ventenne condannato ieri mattina a ventuno anni di reclusione, al termine del processo che si è celebrato dinanzi alla terza assise.


È stato indicato come presunto filatore, come l’uomo chiamato a dare la voce e indicare la strada ai killer che, nel luglio di un anno fa, misero a segno l’omicidio D’Alpino. Siamo a Forcella, o meglio in zona Maddalena, quella della faida tra il gruppo Buonerba, sostenuto dalla paranza dei bimbi (Sibillo-Brunetti-Amirante-Giuliano) e il clan Mazzarella, con le sue antiche ramificazioni criminali in zona. Uno scenario ricostruito ieri dinanzi ai giudici della terza assise (presieduta da Carlo Spagna), che hanno condannato Luca Mazzone come presunta vedetta dei killer: ha incassato 21 anni, tre in meno rispetto ai 24 chiesti dal pm Henry John Woodcock, titolare delle indagini sulla faida di Forcella assieme al pm Francesco De Falco.


Una requisitoria che punta a mettere a fuoco anche la particolare condizione psicologica del giovane imputato, che avrebbe scelto di adeguarsi alla logica criminale dei Buonerba, e di mettersi al loro servizio, solo per superare una condizione di mediocrità. Non per fame o per bisogno atavico, dunque, ma per altri motivi: «Purtroppo, questa vicenda è la conferma che in questa città anche chi ha avuto la possibilità di fare port a livello agonistico, di lavorare, di frequentare un contesto più sano, può correre il rischio di essere coinvolto in vicende camorristiche».


Apprezzato calciatore del Formia, del Latina e della squadra della Sanità, ma anche imprenditore privato, dopo aver svolto piccoli lavori di ristorazione, Luca Mazzone attende in silenzio che il pm chiuda il cerchio e avanzi nei suoi confronti una richiesta di condanna.


Chiaro il contesto criminale, nel quale viene calato il presunto ruolo di Mazzone. Ricordate l’omicidio di Salvatore D’Alpino? Lo chiamavano Tore o Brillante, fu ucciso nei pressi di piazza Mancini il 30 luglio del 2015.
Un omicidio in presa diretta, in tutti i sensi. Sia perché gli esecutori materiali furono ripresi da una telecamera nei pressi di una pizzeria, sia perché la fase decisiva dell’organizzazione dell’agguato venne ascoltata da una cimice piazzata in casa dei Buonerba – si legge su Il Mattino – Parole che hanno fatto scalpore, come quelle di una donna che ringraziava il padreterno, per aver mandato loro un’occasione del genere, in piena faida con i Sibillo. Spiega Woodcock: «Quando capiscono che in zona c’è Tore o brillante, si sente la donna esultare, si percepiscono frenesia e dinamismo, mentre non passano inosservati alcuni rumori di sottofondo: è lo scarrellare delle pistole da parte dei killer, che scenderanno in strada per ammazzare D’Alpino».


Una vicenda per la quale sono stati condannati recentemente all’ergastolo Antonio Amoroso, il boss Gennaro Buonerba, Luigi Criscuolo e Salvatore Manzio, mentre trent’anni di reclusione sono stati inflitti ad Assunta Buonerba e Luigi Scafaro. Ma in cosa è consistito il ruolo di Mazzone? Avrebbe fornito attività di supporto, di sostegno ai killer. Agli atti finisce una conversazione intercettata proprio in casa Buonerba. A parlare è Assunta Buonerba – «Susetta» – che, quando i killer lasciano la casa di via Oronzio Costa, si rivolge proprio a Mazzone: «Luchetto, butta un occhio…».

Un’espressione su cui si è dibattuto nel corso dell’intera istruttoria, anche alla luce di quanto sostenuto dalla versione di parte. Difeso dall’avvocato Margherita Simeoli, Mazzone ha sostenuto in aula un racconto diverso: quel giorno il ventenne era in casa dei Buonerba a giocare a carte, era in una stanza diversa rispetto a quella in cui si esultava per la soffiata che attestava la presenza di D’Alpino in strada e non avrebbe avuto la possibilità di accorgersi di niente. Neppure dello scarrellamento delle armi e dalla partenza del commando di killer, né – secondo il racconto dell’imputato – del rientro dopo l’omicidio. E come si spiega quella frase «Luchetto butta un occhio?». Anche su questo punto, la versione di Mazzone non viene ritenuta credibile: «Stavamo giocando a carte, quando Susetta mi mostrò una foto che aveva in borsa, era la foto di un bambino, voleva farmi vedere il piccolo e mi disse di dare un’occhiata».


Versioni a confronto, il pm ha insistito anche su un altro punto, sfogliando l’intercettazione del 25 settembre del 2015, quando si sente una voce che fa riferimento proprio al ruolo di Mazzone: «Quando ci sei tu in mezzo, succedono sempre le tarantelle…». Dopo la Procura, è toccato all’avvocato Davide Diani, difensore del Comune di Napoli, che si è costituito parte civile, ribadire il danno all’immagine dell’intero capoluogo, sulla scorta della diffusione delle immagini del delitto. Poche ore di camera di consiglio, vengono accordate le attenuanti prevalenti rispetto alle aggravanti, l’ex atleta, l’ex campioncino della Sanità, resta in cella con una condanna come vedetta dei killer di camorra.

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