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Minacce e estorsioni per prendere la proprietà del negozio, uomo del clan arrestato. ECCO DI CHI SI TRATTA

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Brillante operazione quella messa a segno dai carabinieri di Castello di Cisterna, agli ordini del maggiore Michele D’Agosto. L’attività investigativa degli inquirenti della Benemerita. che ha preso il via alla fine del 2013, ha permesso di arrestare Antonio Castaldo 55enne di Afragola. L’imprenditore, sottoposto ai domiciliari, è accusato di aver provato a costringere il suo socio, titolare del 50 per cento di una società di dolci, con punto vendita nel centro commerciale di Quarto, a cedere la totalità delle quote dell’esercizio. Stando a quanto ricostruito dagli 007 dell’Anna, il 55enne pur di entrare in possesso della totalità delle quote dell’esercizio commerciale si sarebbe avvalso del ‘nome’ e dell’intervento diretto di elementi di vertice del clan Moccia.

A ‘sposare’ la causa anche la vedova, Anna Mazza, insieme ai figli. La donna, nota proprio con l’appellativo di ‘vedova’ (era la moglie di Gennaro Moccia, ucciso in un agguato camorristico), fece poi un passo indietro – come riporta Cronache di Napoli – quando la vittima della tentata estorsione, nonché socio di Castaldo, finse di aver già sporto denuncia ai carabinieri. “Allora io mi tolgo di mezzo perché voi mi mandate in galera”, disse la Mazza. Ad intercedere in più occasioni fu l’attuale collaboratore di giustizia Salvatore Scafuto, alias Tore a ‘ carogna, in passato elemento apicale del clan Moccia, il quale avrebbe chiesto con insistenza la formale cessione a Castaido, della totale proprietà della società costituita per un negozio di dolciumi.

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I Moccia volevano che Castaldo, già legato a loro, ristrutturasse con la propria impresa edile la casa dove la famiglia vive ora ad Afragola. Questo tre, quattro anni fa – rivela il ‘senatore’ dei Moccia – Castaldo era preoccupato da questa proposta e glielo disse poiché aveva tante case intestate per conto loro. Se avesse fatto i lavori a casa le forze dell’ordine avrebbero notato questi rapporti, che negli anni avevano tenuto tanto ben celato, e avrebbero cominciato a indagare su di lui perché in rapporti con il clan, e lui avrebbe rischiato indagini patrimoniali che mettevano a rischio sia i beni intestati per conto dei Moccia sia i suoi propri. “Castaido dunque rifiutò di lavorare per loro; e Antonio Moccia si arrabbiò del rifiuto e voleva punirlo – dice il collaboratore di giustizia Scafuto agli inquirenti – Mi disse che voleva levargli le proprietà intestate per conto suo. Io presi le parti del Castaido, facendo notare ad Antonio che quello aveva ragione. Tutto ciò dopo la mia scarcerazione del 2011. Allora i Moccia hanno distrutto economicamente il Castaido, facendogli terra bruciata; non l’hanno fatto più lavorare e lui ha dovuto vendere tutto il materiale che aveva finché… (la vittima della tentata estorsione) è intervenuta a dargli una possibilità economica aprendo la società per il negozio.

Dopo 34 anni però si voleva liberare di Castaldo perché quest’ultimo aveva riallacciato i rapporti con la famiglia, ristrutturando anche la casa della vedova Moccia, circa tre anni fa. Il mancato accordo sulla cessione delle quote societarie aveva indotto dunque Castaldo – così come emerge dalle risultanze investigative – a rivolgersi alla criminalità organizzata per obbligare il suo socio a cedere tutte le quote senza alcun corrispettivo. In una puma battuta è entrato in scena Scafuto, nel tempo affermatosi come appartenente alla pericolosa e ristretta cerchia dei cosiddetti ‘senatori’, livello di rilievo del sodalizio. Ma dopo la resistenza della vittima, è arrivata la convocazione da parte di Anna Mazza. La vicenda estorsiva non è stata consumata per la coraggiosa e pronta reazione dell’imprenditore che riferì alla donna di aver già sporto denuncia, fatto in quel momento non vero. ma utilizzato per prendere tempo di fronte alla temuta donna, che ha poi preferito desistere dalla propria azione rinunciando a portare avanti la pretesa di fronte il pericolo di un intervento delle forze dell’ordine.

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