«Case costruite sui rifiuti tossici a Licola, gli acquirenti sapevano tutto». IL DOCUMENTO CHOC

«Gli assegnatari, nel prendere atto che nelle vicinanze del detto complesso immobiliare è sita una cava contenente materiali tossici, esonerano la Cooperativa da ogni onere e responsabilità in merito». Quattro righe del punto 7 dei patti previsti nelle 38 pagine di una scrittura privata, probabilmente allegata al rogito di compra-vendita, datata 10 giugno 1991, redatta dal notaio napoletano Elio Bellecca, e una mappa (già nota ai magistrati della procura di Napoli da più di un decennio, e recentemente riconsegnata ai pm dell’Antimafia partenopea) che individua il luogo esatto dell’interramento fuorilegge, aggiungono un altro pezzo di verità sulla mega urbanizzazione di Licola, dove centinaia di villette galleggiano su un oceano di veleni industriali altamente tossici.



A sottoscrivere il documento, nel quale oltre a definire i confini e le strade d’accesso a quello che fino a pochi anni prima era un frutteto tra i frutteti delle campagne di Giugliano, sono l’allora rappresentante della cooperativa Simona, proprietaria del fondo sul quale, tra l’ottobre del 1986 e il dicembre 1989, sono state costruite un primo gruppo di 105 villette mono e bifamiliari, e gli acquirenti di alcune unità immobiliari. Persone pienamente coscienti – a quel che dicono le carte – di dove sarebbero andati ad abitare da lì a breve: una discarica travestita da villetta con annesso giardino, tavernetta e autorimessa.

Insomma l’ennesima riprova – casomai ve ne fosse stato bisogno – che lo stupro della Terra dei fuochi è, sì frutto di un patto scellerato posto in essere da industriali senza scrupoli, imprenditori al di sopra di ogni sospetto e camorristi (con la complicità di politici e amministratori locali inseriti nel libro paga dei clan), ma anche del silenzio di chi, per convenienza o quieto vivere, si è voltato dall’altra parte. O, paradossale a dirsi, dell’incoscienza delle stesse vittime. Come nel caso della discarica di via Madonna del Pantano, dove proprio a ridosso del parco Simona, un complesso residenziale abitato da centinaia di famiglie, furono interrate in modo illegale decine di tonnellate di oli esausti targati Italsider e altrettante montagne di ceneri tossiche che per mittente avevano l’Enel.

È stato, e continua ad essere un fiume in piena, con una memoria da far invidia a quella di un elefante, l’ex collaboratore di giustizia e business man della ‘monnezza’, Nunzio Perrella, che con il giornalista Paolo Coltro ha firmato il volume “Oltre Gomorra. I rifiuti d’Italia”, edito da Cento Autori. «Un libro – spiega l’ex colletto bianco del clan che, per più di un decennio, dettò legge nel Rione Traiano – che non concede più alibi a nessuno, visto che un quarto di secolo fa queste stesse, identiche cose ebbi modo di riferirle ai magistrati, senza però che nulla succedesse».


Ma torniamo all’incredibile vicenda del parco Simona. La storia prende il via nei primi anni Ottanta, quando – riferisce Perrella – «alcuni emissari della “Di.Fra.Bi” di Pianura», la discarica nella cui pancia sono finite almeno 57mila tonnellate di fanghi, morchie di verniciatura, resine, terre di fonderia e anche le scorie non trattate dell’Acna di Cengio, individuano in una cava dismessa, ubicata in un’area agricola di proprietà di un noto latifondista del giuglianese, il luogo più idoneo per interrare «con la complicità di un autotrasportatore di Pianura» tonnellate e tonnellate di rifiuti industriali, altamente tossici. Questo grazie alla particolare orografia delle zona ricca di vecchie cave per l’estrazione di tufo giallo e della pozzolana. E, non da ultimo, alla vicinanza con la statale Domiziana, da un lato, e lo svincolo di Licola dell’Asse mediano, dall’altro, con un via vai di mezzi pesanti che operavano in una zona che da alcuni anni era oggetto di una massiccia e selvaggia urbanizzazione, favorita da una totale mancanza di controlli da parte delle forze dell’ordine e da una dilagante corruzione che, ieri come oggi, aveva investito i palazzi della politica. Ebbene, in quegli stessi anni i soci della cooperativa Simona individuavano in un fondo rustico (circa cinquantamila metri quadrati di campagna coltivata a frutteti) afferente a Filippo Micillo, lo stesso proprietario della cava killer, il luogo idoneo per realizzare un mega complesso residenziale. Il 29 ottobre 1986 il sindaco del Comune di Giugliano firmava due distinte concessione edilizie finalizzate alla realizzazione di 105 villette, che nel corso degli anni diventavano circa 250, dopo la lottizzazione dei terreni confinanti, che Micillo aveva ceduto ad altri costruttori in cambio di soldi o di villette da edificare. Tutto questo in prossimità di un cimitero di veleni con i quali gli inquilini delle nuove case formalmente accettavano di convivere, esonerando – ovviamente – la società proprietaria dei suoli “da ogni onere e responsabilità”.



Articolo di Nico Pirozzi per InterNapoli.it